ROMA - Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera al nuovo decreto lavoro, un provvedimento da circa un miliardo di euro che punta a rafforzare l’occupazione e ridefinire il concetto di retribuzione attraverso il cosiddetto “salario giusto”.
Il decreto, approvato in vista del Primo maggio, si inserisce nella strategia del governo per promuovere il lavoro stabile e contrastare la precarietà, legando strettamente gli incentivi alla qualità dei contratti. Al centro del provvedimento c’è proprio la definizione di salario “giusto”, che il governo distingue nettamente dal salario minimo legale.
La retribuzione di riferimento sarà quella stabilita dai contratti collettivi nazionali firmati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative, includendo non solo la paga oraria ma l’intero trattamento economico. Un’impostazione che, nelle intenzioni dell’esecutivo, mira a valorizzare la contrattazione e a contrastare il fenomeno dei contratti “pirata”, evitando al contempo l’introduzione di una soglia fissata per legge.
Si tratta di un “punto di partenza per un’alleanza, un patto con le parti sociali”, ha chiarito la presidente del Consiglio che, citando i dati Istat, ha ricordato i risultati fino adesso ottenuti con 1,2 milioni di occupati in più e una riduzione significativa del lavoro precario. Il pacchetto di misure si concentra in larga parte sugli incentivi all’assunzione.
Sono previsti stanziamenti per 934 milioni di euro, con una quota rilevante destinata ai giovani sotto i 35 anni. Le agevolazioni possono arrivare fino a 500 euro mensili, che salgono a 650 euro nelle regioni del Mezzogiorno e in alcune aree del Centro Italia. Per le lavoratrici svantaggiate è previsto un esonero contributivo fino a 650 euro al mese, che può raggiungere gli 800 euro nelle zone economiche speciali (Zes), per un periodo massimo di due anni.
Accanto agli incentivi per le nuove assunzioni, il decreto introduce anche misure per favorire la trasformazione dei contratti a tempo determinato in contratti a tempo indeterminato, riducendo il ricorso a forme contrattuali precarie. Un altro capitolo importante riguarda il contrasto al caporalato digitale e il rafforzamento delle tutele per i lavoratori delle piattaforme, per prevenire abusi e garantire maggiore trasparenza nel settore.
Il decreto interviene anche sul tema dei rinnovi contrattuali. In caso di mancato rinnovo entro 12 mesi dalla scadenza, è previsto un adeguamento automatico delle retribuzioni pari al 30% dell’inflazione armonizzata. Una disposizione pensata per tutelare il potere d’acquisto dei lavoratori in un contesto economico caratterizzato da forti pressioni sui prezzi.
Sul piano politico, il provvedimento ha suscitato reazioni contrastanti. Le opposizioni lo hanno definito un intervento privo di visione strutturale, accusando il governo di puntare più sulla comunicazione che su riforme di lungo periodo. Diverso il giudizio di alcune organizzazioni sindacali: la Cisl ha espresso apprezzamento per l’impostazione del decreto, mentre anche la Uil ha valutato positivamente il legame tra incentivi e contrattazione collettiva.