CANBERRA – Il Dipartimento del Tesoro lancia l’avvertimento secondo il quale la nuova fase del conflitto tra Stati Uniti e Iran potrebbe produrre conseguenze economiche più gravi rispetto all’inizio della guerra, con rincari prolungati dell’energia e un’ulteriore accelerazione dei prezzi.

In una relazione consegnata nel fine settimana al ministro del Tesoro Jim Chalmers, il Dipartimento ha indicato che il prezzo del Brent resterà probabilmente elevato nel breve periodo dopo il fallimento del memorandum d’intesa sullo Stretto di Hormuz.

Ieri il greggio è arretrato verso i 90 dollari americani al barile, dopo avere toccato quota 100 nei giorni precedenti, il livello più alto da maggio. Secondo il Tesoro, tuttavia, il prezzo potrebbe salire ancora se il controllo della rotta marittima resterà irrisolto.

Il documento sottolinea che il mercato è esposto a ripetuti cicli di escalation e tregua. Durante la prima fase delle ostilità, il petrolio si era avvicinato ai 120 dollari, ma oggi le condizioni appaiono più critiche.

Le riserve strategiche sono state già utilizzate in misura rilevante, riducendo i margini disponibili per compensare eventuali carenze. Allo stesso tempo, gli attacchi degli Houthi sostenuti dall’Iran nel Mar Rosso minacciano le rotte impiegate per aggirare Hormuz.

Un intervento terrestre degli Stati Uniti rappresenterebbe, secondo il Dipartimento del Tesoro, un ampliamento radicale del conflitto e potrebbe prolungare le interruzioni delle forniture. Rispetto alla fase precedente, una quota maggiore della produzione del Golfo risulta ora esposta, con ripercussioni sulle scorte mondiali.

Nella manovra finanziaria di maggio, il Dipartimento aveva già elaborato uno scenario estremo. In caso di deterioramento profondo, il petrolio potrebbe raggiungere i 200 dollari al barile nel terzo trimestre di quest’anno, mentre l’inflazione annuale salirebbe al 7,25 per cento entro dicembre.

Chalmers ha definito la nuova escalation una minaccia concreta per l’andamento dei prezzi a livello internazionale, osservando che restano molte incognite sulla durata e sui costi della guerra.

A marzo, l’inflazione complessiva era scesa al quattro per cento, favorita dal petrolio meno caro del previsto e dal taglio di 32 centesimi al litro dell’accisa sui carburanti. L’inflazione di fondo (trimmed mean), indicatore seguito con maggiore attenzione dalla Reserve Bank of Australia (RBA), restava però al 3,6 per cento.

I dati del secondo trimestre saranno resi pubblici domani dall’Australian Bureau of Statistics e potrebbero mostrare un nuovo rialzo.

La RBA deciderà sui tassi d’interesse l’11 agosto. Secondo l’economista capo di HSBC Paul Bloxham, il consiglio di politica monetaria dovrà valutare se il rallentamento della crescita sia sufficiente a riportare l’inflazione nell’intervallo obiettivo e quanto ancora sia disposto ad attendere dopo quattro anni oltre i limiti fissati.