La gente camminava in fretta, correva a zig-zag, attraversava i ponti di corsa, affidando a Dio una preghiera o un’imprecazione e ogni giorno che si tornava vivi a casa era solo un giorno in più che si era sopravvissuti. La contabilità di quell’assedio riferisce di 12.000 civili morti e 50.000 feriti e noi, ogni sera, guardavamo sbigottiti, al telegiornale, persone come noi, filmate mentre correvano in cerca di copertura o già agonizzanti sul selciato, ridotte a mucchi di stracci insanguinati e arti disarticolati. L’assedio di Sarajevo è stata una tragedia particolare, nella generale carneficina delle guerre jugoslave degli anni Novanta, combattute proprio alle porte d’Italia.

La guerra è guerra, si dice, ma i cecchini che terrorizzano una popolazione sono una sporcizia particolare della guerra e stringere d’assedio, per anni, una città, è un crimine che non può essere giustificato con obiettivi militari: quell’assedio è stato puro odio verso una popolazione inerme e i militari che, senza nulla rischiare, spararono addosso a quella gente che non poteva difendersi, anche se lo facevano perché i superiori glielo avevano ordinato, restano, ai miei occhi, una volgare banda di assassini tornati poi, impuniti, alla vita di ogni giorno.

Come se il ricordo di tutto quell’orrore non bastasse, ora è venuta alla luce un’altra storia, ancora più terribile: si è saputo che, in quegli anni, a Sarajevo, non c’erano solo i militari a sparare sui civili, perché, in quella confusione, qualcuno, fra gli assedianti, aveva organizzato un lucroso business, conosciuto oggi come “Sarajevo Safari”, dal titolo del documentario del regista sloveno Miran Zupanič, che ha aperto uno squarcio su decenni di colpevole silenzio, documentando la storia incredibile dei safari umani, che portarono a Sarajevo centinaia di ricchi e benestanti, europei e non solo: gente appassionata di caccia grossa, disposta a sborsare somme da capogiro, pur di provare l’emozione di ammazzare esseri umani, anziché tigri o leoni. Il giornalista italiano Ezio Gavezzani, nella sua recente inchiesta sullo stesso tema, ha definito quegli assassini i “Cecchini del weekend”: professionisti, businessmen, commercianti, insomma, le classiche persone “perbene”, che pagarono profumatamente per andare a Sarajevo nei fine settimana a provare l’emozione di sparare ai cittadini assediati. Era tutto ben organizzato: il trasporto dei cacciatori, il loro addestramento, l’individuazione della vittima, scelta secondo un tariffario, perché ammazzare un bambino costava di più. Così, quei predatori del fine settimana si incamminavano dentro una guerra che non era loro, veniva loro assegnata una guida, si appostavano, prendevano la mira e uccidevano le loro prede: persone qualsiasi, che non conoscevano e che, a loro, non avevano fatto niente. A volte erano bambini, strappati alla vita da colpi precisi, che facevano esplodere il loro piccolo cranio. Da lontano gli improvvisati cecchini non udivano le urla strazianti dei genitori.

Soddisfatto il loro istinto bestiale, i cacciatori tornavano, impuniti, alle loro case e riprendevano la vita di sempre, come se nulla fosse accaduto. Di quelle battute di caccia, prudentemente, non conservavano neanche una foto e, forse, col tempo, il ricordo si è persino sbiadito. Un’emozione lasciata in un cassetto della memoria, un safari di cui non ci si poteva vantare con gli amici, la testa di una donna o di un bambino che non si poteva appendere al muro, accanto a quelle di cervi e tigri.

Si dice che fossero molti gli italiani coinvolti, uomini all’epoca quarantenni, ancora senza nome né volto, forse già morti, oppure molto anziani, sicuramente rispettati, o magari compatiti per i loro acciacchi da vecchi; persone che vivono in mezzo a noi, gente rispettabile e insospettabile che andò a Sarajevo a versare sangue innocente e i conti con la giustizia forse, non li farà mai. Ma, quelli che sono ancora vivi, oggi, forse, passano notti tormentate, perché, grazie all’impegno coraggioso del registra sloveno e del giornalista italiano, sono partite le inchieste di varie magistrature europee, una anche presso la Procura di Milano: c’è la speranza che qualcuno di questi predoni finisca in un’aula di tribunale a raccontare cosa lo abbia spinto, un tempo, ad andare a uccidere sconosciuti per divertimento.

Intanto io ci rifletto, ma non capisco. Penso alle carovane per la pace mobilitate in quegli anni dal movimento pacifista italiano, ai tanti che ebbero il coraggio di andare a Sarajevo non di nascosto, ma a viso aperto, per rompere l’assedio e piantare semi di speranza. Penso al religioso Gabriele Locatelli, ucciso da un cecchino il 3 ottobre 1993 sul ponte Vrbanja mentre posava una corona di fiori sul luogo della prima vittima di quella guerra. Penso a migliaia di uomini e donne che ebbero il coraggio di entrare in città e formare catene umane in solidarietà con la gente assediata e mi sembra assurdo che, allo stesso tempo, altri, andavano invece, di nascosto, per uccidere, come fosse un gioco. Ci rifletto e ne parlo, con amici e con esperti e molti tentano delle spiegazioni ma io, dentro di me, le rifiuto: per questa cosa non trovo giustificazione, né perdono, né assoluzione possibile.

Nel documentario, una madre racconta il momento preciso in cui la figlia di tre anni le venne strappata dalle mani dal colpo di un cecchino: dopo oltre trent’anni quella donna non sa darsi pace, non sa trovare una spiegazione plausibile e continua a chiedersi perché il cecchino, potendo scegliere, abbia deciso di uccidere una creatura innocente. Nel dolore di quella madre che non trova spiegazione, né consolazione, si racchiude anche tutto il mio stupore per come degli esseri umani come me possano aver fatto tutto questo per divertimento e per lucro. Allora, quando ci penso, lo sconforto mi assale e non trovo consolazione.

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