TEHERAN - Nella guerra economica con gli Stati Uniti, l’Iran non ha alcuna intenzione di cedere e promette battaglia. “Il nemico aveva valutato che se l’Iran fosse caduto, sarebbe diventato come il Venezuela. Non solo non è successo, ma è diventata una potenza che ha stupito il mondo per la sua resistenza”, ha rivendicato il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Se da un lato il leader moderato ha assicurato che Teheran “non si arrenderà mai” al “D-Day economico”, rappresentato dalle nuove sanzioni promesse dal presidente statunitense Donald Trump e attese per lunedì, dall’altro non ha potuto negare che “ci sono molti problemi nella società in questo momento”, sottolineando la necessità di superare quella che ha definito una situazione di “né guerra, né pace”.
In un discorso televisivo, Pezeshkian ha evidenziato come con gli Stati Uniti il Paese sia impegnato in “una guerra economica, militare e di sicurezza su vasta scala”. Il presidente ha aggiunto: “Il nemico afferma di imporre con facilità le sanzioni più schiaccianti o terrificanti all’Iran, ma noi ci opponiamo a questa guerra impari” e alle sue pesanti ripercussioni sull’economia nazionale, segnata da inflazione, calo del potere d’acquisto e aumento del costo della vita. Difficoltà strutturali che negli ultimi anni hanno spinto la popolazione a scendere in piazza, fino alle manifestazioni di dicembre represse nel sangue con migliaia di vittime.
Secondo Pezeshkian, Washington punta a “creare divisione e spaccature nella società attraverso i problemi”, assicurando tuttavia che Teheran farà “tutto il possibile per evitare divisioni, spaccature, conflitti”. Da qui emerge la necessità di trovare una mediazione per porre fine a uno scontro che non offre soluzioni, mentre la prolungata incertezza su un’eventuale ripresa dei combattimenti continua a danneggiare l’economia iraniana, destinata a faticare nell’attirare investimenti finché persisterà la minaccia di un nuovo conflitto.
La posizione del presidente iraniano accantona così la retorica più radicale a favore di un pragmatismo inconsueto nei rapporti tra le due nazioni. Sul fronte statunitense, infatti, le intenzioni espresse dal Segretario al Tesoro Scott Bessent rimangono quelle di adottare misure per “far collassare” il regime degli ayatollah, con esperti e analisti intenti a valutare le possibili opzioni per le nuove sanzioni, che potrebbero colpire le raffinerie cinesi o introdurre un blocco terrestre dopo quello applicato ai porti iraniani.
Non meno duri appaiono i toni dei vertici della Repubblica islamica. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha attaccato la posizione statunitense definendo la guerra economica “uno scenario ricorrente e la solita vecchia tattica di bullismo nella politica Usa”, aggiungendo che le minacce degli Stati Uniti dimostrano la loro “disperazione di fronte alla nazione iraniana” e la totale mancanza di “nuove soluzioni”. Per il capo della diplomazia di Teheran si tratta di “un film che abbiamo già visto molte volte”, rispetto al quale “sappiamo come affrontarlo”.
A fargli eco è stato il portavoce dei pasdaran, il quale ha riferito che il regime “ha un piano per respingere gli effetti negativi di questa guerra e stabilire facilmente relazioni economiche con i Paesi”.