La leggenda di Charlie’s Angels nasce da una curiosa combinazione di elementi, ma su tutti spiccano un costume e un sorriso: quelli sfoggiati da Farrah Fawcett sul poster più venduto della storia. Oggi, 50 anni dopo, quell’immagine e quella serie Tv sono considerate pietre miliari della cultura pop statunitense e della sua capacità di ammaliare il mondo in un’epoca, per dirne una, in cui a Teheran non c’erano ancora gli ayatollah e a Kabul si girava in minigonna. Kate Jackson, Jaclyn Smith e Cheryl Ladd si sono riunite al PaleyFest di Los Angeles per celebrare il mezzo secolo di Charlie’s Angels. Non c’era la più leggendaria delle sue interpreti, proprio la Fawcett, morta nel 2009 a soli 62 anni. Ladd, oggi 74enne, si unì a Jackson e Smith (rispettivamente 77 e 80 anni) come protagonista della serie durante la seconda stagione nel 1977, in sostituzione di Farrah e rimase nel cast fino alla sua cancellazione nel 1981.

“Charlie’s Angels sorprese tutti quando Farrah, Jackie e io partimmo alla grande e l’episodio pilota sfondò il soffitto di cristallo” del protagonismo femminile in una serie, hanno dichiarato Jackson, Smith e Ladd. “Da un giorno all’altro, fummo acclamate come rockstar. Quando Cheryl si è unita a noi nella seconda stagione, ha aggiunto un elemento speciale, unico nel suo genere, e la follia è continuata”.

La serie voleva essere spensierata, ma, dicono oggi le tre attrici, “trasmetteva anche, in modo discreto, l’importante messaggio che le donne sono capaci quanto gli uomini”. “Siamo orgogliose di essere riuscite a intrattenere il pubblico televisivo per un’ora a settimana, permettendo di rilassarsi, dimenticare i problemi e, allo stesso tempo, ispirare e dare forza alle giovani donne di tutto il mondo”.
Tre detective in corsa, travestimenti, inseguimenti, telefoni che squillano e un capo invisibile che risponde all’altro capo: la serie creata da Ivan Goff e Ben Roberts per la Abc debuttò in prima serata il 22 settembre 1976 e trasformò Kate, Farrah e Jaclyn in un fenomeno quasi istantaneo, complice anche la contemporanea pubblicazione del poster di Fawcett in costume (sei milioni di copie vendute in un solo anno, 12 da allora). 

Fu un successo travolgente: nella stagione 1976-77 si piazzò tra i programmi più visti della Tv americana, confermando che l’idea aveva intercettato in pieno lo spirito del tempo, nonostante fosse inizialmente guardata con scetticismo dagli stessi dirigenti della rete. La formula era semplicissima: tre investigatrici private, giovani, brillanti, atletiche, capaci di muoversi tra casi polizieschi e commedia d’azione senza perdere leggerezza. Oggi può sembrare normale vedere donne al centro di una serie crime, ma a metà anni ‘70 quel grado di centralità narrativa e di appeal commerciale erano rivoluzionari. In questo senso Charlie’s Angels contribuì a portare sul piccolo schermo figure femminili che fossero non solo ‘decorative’, ma costituissero il motore stesso dell’azione. Non a caso il produttore Barney Rosenzweig ha ricordato di aver voluto inserire nel progetto anche temi legati al movimento delle donne.

Naturalmente, la serie fu anche il simbolo di una contraddizione tutta americana. Da una parte offriva a milioni di spettatori tre protagoniste autonome, abili e popolari, dall’altra fu presto iscritta nella categoria della ‘jiggle Tv’, l’etichetta con cui la critica bollava la programmazione costruita sull’appeal fisico delle attrici. Non a caso le missioni sotto copertura delle Angels le portavano spesso a comparire in costumi da bagno o abiti vistosi. Sul piano dell’industria dell’intrattenimento, il suo impatto fu enorme. Abc consolidò in quegli anni una nuova strategia di programmazione che la portò ai vertici degli ascolti, e Charlie’s Angels fu uno dei titoli-bandiera di quella fase. La serie visse per cinque stagioni e 115 episodi, cambiò volti ma non perse la sua riconoscibilità, con Smith unica ‘angelo’ originale rimasta per tutte le stagioni. Soprattutto, gettò le basi per un franchise di lunghissima durata: dai passaggi televisivi in syndication fino alle versioni cinematografiche del 2000 e del 2003.

Se la Tv la rese un successo, la cultura pop fece il resto. Fawcett, entrata e uscita presto dalla serie ma rimasta il volto più riconoscibile dell’operazione, divenne un fenomeno trasversale. Il suo taglio di capelli ‘ad ali’ diventò un modello imitato ovunque. Ancora oggi riviste come Vogue lo citano come una delle firme estetiche più riconoscibili degli anni ‘70. Anche nella moda il segno lasciato dalla serie fu netto. Le Angels mescolavano glamour, sportswear, abiti da lavoro, travestimenti e sensualità in un modo perfettamente allineato all’idea di ‘donna liberata’ che attraversava il decennio. 

Non erano figure immobili da salotto televisivo: correvano, guidavano, s’infiltravano, si travestivano, cambiavano registro. I loro guardaroba, proprio perché oscillavano tra funzionalità e spettacolo, raccontavano bene una fase in cui l’immaginario femminile stava cambiando rapidamente e la moda inseguiva quella trasformazione con linee più pratiche, morbide e dinamiche, ricorda Vogue. Una corsa in tacchi alti e un colpo di phon che nessuno, da allora, è più riuscito a replicare.

Un’eredità che, a distanza di mezzo secolo, continua a essere riletta anche alla luce dei cambiamenti culturali e mediatici più recenti. Se negli anni ’70 Charlie’s Angels incarnava un equilibrio imperfetto tra emancipazione e spettacolarizzazione, oggi quella stessa ambivalenza viene spesso interpretata come il segno di una transizione: un momento in cui la rappresentazione delle donne stava evolvendo, ma non aveva ancora trovato un linguaggio del tutto autonomo dai codici dominanti. 

Proprio per questo, la serie conserva un valore storico oltre che nostalgico, perché testimonia come la cultura pop sappia anticipare, e allo stesso tempo contraddire, le trasformazioni sociali. Le Angels, con la loro energia, leggerezza e determinazione, restano così un simbolo riconoscibile non solo di un’epoca televisiva irripetibile, ma anche di un passaggio cruciale nella costruzione dell’immaginario femminile contemporaneo.