ROMA — Dopo la sentenza sul sequestro, le torture e l’uccisione di Giulio Regeni, Paola e Claudio Regeni chiedono al governo italiano di non arretrare nei confronti dell’Egitto. In un’intervista a Repubblica, i genitori del ricercatore indicano nell’esecutivo il destinatario della prossima battaglia: dare seguito a quanto stabilito dai giudici e difendere la dignità dell’Italia. “La dignità di un Paese non è negoziabile”, affermano.

Per i genitori di Giulio, la sentenza rappresenta un punto di svolta dopo quasi dieci anni di attesa. “Abbiamo avuto finalmente verità e giustizia”, dicono. Ma il riconoscimento giudiziario delle responsabilità, sostengono, non cancella le difficoltà incontrate nel rapporto con le autorità egiziane. “In tutti questi anni non si può certo dire che il governo del nostro Paese ci abbia sostenuto nell’ottenere collaborazione dal regime egiziano”, affermano. Una collaborazione che, secondo Paola e Claudio Regeni, “in effetti non è mai esistita”.

I genitori accusano inoltre il Cairo di aver messo in atto depistaggi per coprire “le proprie responsabilità e quelle dei propri apparati”. Ora, sostengono, il governo italiano ha “l’occasione di riscattarsi”. La richiesta è quella di una posizione ferma, senza che gli interessi diplomatici o economici prevalgano sulla tutela dei diritti.

“Finché la cosiddetta real politik prevarrà sulla tutela dei diritti e della dignità, nessun cittadino sarà sicuro nel mondo”, affermano. E aggiungono: “Un governo che si mostri debole nei confronti di un regime è già perdente”.

L’appello arriva mentre resta aperto il confronto politico sulla gestione dei rapporti con il Cairo. Dopo la sentenza, il ministro degli Esteri Antonio Tajani aveva sottolineato che “sono state condannate tre persone, non l’Egitto”, difendendo al tempo stesso la necessità di mantenere aperto il canale diplomatico. Parole che avevano provocato dure reazioni da parte delle opposizioni.

Ora Paola e Claudio Regeni chiedono all’esecutivo di trasformare la sentenza in un’azione politica. Non basta, secondo i genitori, che la giustizia abbia stabilito le proprie responsabilità: occorre che il verdetto produca conseguenze concrete.

Nell’intervista chiedono anche che non vengano rimossi gli striscioni gialli dedicati a Giulio, diventati negli anni il simbolo della mobilitazione per la verità sul caso. Dopo la sentenza, spiegano, avevano pensato che fosse arrivato il momento di riporli. Ma hanno cambiato idea. “Proprio ora, più che mai, l’onda gialla deve farsi presidio dei diritti in un mondo e in un Paese che tende ad accantonarli in virtù di interessi ‘altri’”, affermano.

Il messaggio dei genitori è netto: la sentenza ha scritto una prima pagina di verità giudiziaria, ma la vicenda non può considerarsi conclusa. “La giustizia, in una sentenza emessa in nome del popolo italiano, è stata scritta. Ma ora deve essere agita”. Ed è al governo che Paola e Claudio Regeni chiedono di trasformare quel verdetto in una risposta dello Stato.