L’inflazione è un fenomeno complesso, tecnicamente intricato, ma profondamente percepito nella vita quotidiana. Sebbene le sue cause siano spesso poco comprese dal grande pubblico, l’inflazione diventa inevitabilmente rilevante quando accelera o, come nel caso dell’Australia, rimane ostinatamente alta nonostante i prolungati sacrifici che vengono richiesti ai cittadini, generalmente via tassi d’interesse, per riportarla entro i parametri ottimali. Ma i correttivi monetari da soli non bastano e il governo qualche responsabilità in più deve assumersela per questa situazione-limite per ciò che riguarda il costo della vita che ha attanagliato il Paese. E’ finito insomma il tempo degli annunci e delle rassicurazioni: la politica è stata scalzata dalle conseguenze. 

Per anni il dibattito pubblico è stato dominato da una promessa apparentemente semplice: di fronte alle difficoltà delle famiglie, il governo deve fare di più. Più sanità, più assistenza, più sussidi, più infrastrutture, più interventi a sostegno della transizione energetica e più protezione contro l’aumento del costo della vita.
 
Una serie di promesse politicamente comprensibili, ma che rischiano di nascondere una domanda fondamentale: quanto può crescere la spesa prima che siano gli stessi cittadini a pagarne il prezzo? L’Australia si trova oggi nel bel mezzo di questa contraddizione. La domanda di intervento pubblico continua ad aumentare, mentre l’economia mostra segnali sempre più evidenti dei limiti di una crescita sostenuta dalla spesa anziché dalla produttività, che rimane una componente chiave del problema e della soluzione del problema stesso.
Finanziare servizi essenziali e proteggere i cittadini nei momenti di difficoltà sono due ‘obblighi’ morali e pratici per qualsiasi governo, ma quando la spesa diventa strutturale senza che la capacità produttiva dell’economia cresca allo stesso ritmo, i problemi cominciano a diventare evidenti e, più il tempo passa, più diventano difficili da affrontare e risolvere. Il conto delle buone intenzioni si paga attraverso tasse più elevate, deficit più persistenti, inflazione e condizioni finanziarie più restrittive. E sembra essere questo il quadro, a tinte decisamente cupe, dello stato di salute dell’economia australiana. 
La spesa pubblica ha raggiunto il 26,9% del Prodotto interno lordo, un livello che, escludendo gli anni eccezionali della pandemia, non si vedeva da circa quattro decenni. Nel frattempo la pressione fiscale ha raggiunto il 24,1% del Pil, anch’essa vicina ai massimi storici per il Paese. 
Questi numeri non dimostrano da soli che ogni dollaro speso dal governo sia improduttivo, ma mettono in evidenza una trasformazione strutturale del ruolo dello Stato nell’economia, che ha subito una notevole accelerazione negli ultimi quattro anni. Dopo tutto, però, non dovrebbe esserci alcuna sorpresa per i nodi che stanno venendo velocemente al pettine: sia il primo ministro Anthony Albanese sia il responsabile del Tesoro, Jim Chalmers, infatti, non avevano mai nascosto le loro filosofie interventiste e la straripante vittoria elettorale, di poco più di un anno fa, ha reso la ‘materializzazione’ delle loro idee ancora più possibile.
 
Alcuni ‘credo’ hanno aiutato la causa delle complicazioni del momento, come il passo di corsa della transizione energetica e il progetto dell’equità intergenerazionale, improntata su una specie di lotta di classe d’altri tempi e luoghi. Sussidi quindi, senza troppe riserve, per portare avanti determinati obiettivi e presunti ‘privilegi’ fiscali da cancellare, sventolando la bandiera della giustizia sociale, per cercare di portare qualche dollaro extra nelle casse federali.  
Poca attenzione però dedicata al nodo più delicato del momento, sia per quanto riguarda la crescita sia per ciò che concerne l’inflazione, e cioè il rapporto tra la domanda e l’offerta. Se la spesa e gli investimenti aumentano più rapidamente della capacità dell’economia di produrre beni e servizi, la domanda finisce per esercitare pressioni sui prezzi. Se, contemporaneamente, la produttività ristagna, diventa ancora più difficile aumentare l’offerta senza generare ulteriori tensioni inflazionistiche.
È esattamente il punto sollevato dalla governatrice della Reserve Bank, Michele Bullock, martedì scorso, quando ha cercato di spiegare i perché dell’ennesimo rialzo del costo del denaro. L’inflazione, ha sostenuto, è stata alimentata dalle pressioni interne sulla capacità produttiva, mentre domanda e investimenti domestici sono risultati più forti del previsto. E soprattutto, la produttività non sta fornendo il contributo necessario alla crescita dell’offerta.
Questa osservazione dovrebbe rappresentare il centro della discussione economica nazionale ed invece, ancora una volta, il dibattito politico si è concentrato sulla ‘caccia’ al colpevole. Dopo la pandemia, il governo Morrison, la guerra in Ucraina, i prezzi dell’energia (ovviamente determinati dai mercati internazionali, senza alcun ‘contributo’ del passo imposto alla decarbonizzazione del Paese dall’agenda Bowen), è arrivato il conflitto in Medio Oriente. Intendiamoci, sono tutti fattori reali e possono certamente influenzare l’inflazione. Ma non spiegano da soli, anno dopo anno, rialzo dopo rialzo dei tassi, la situazione in cui ci troviamo. 
 
Un’economia aperta come quella australiana è inevitabilmente esposta ai fattori esterni. Tuttavia, quando l’inflazione interna rimane persistente e la produttività non cresce, non è sufficiente attribuire il problema alle condizioni internazionali. Anzi, proprio gli shock esterni dovrebbero ricordare quanto sia importante avere un’economia ‘di casa’ efficiente e produttiva.
L’aumento dei tassi d’interesse è la conseguenza più immediatamente percepibile. Quando la Reserve Bank interviene per frenare la domanda, non modifica soltanto un grafico macroeconomico: colpisce famiglie con un mutuo, imprese che devono finanziare nuovi investimenti e consumatori già alle prese con un costo della vita sempre più elevato.
 
E qui emerge una delle contraddizioni più evidenti della politica economica contemporanea. Un governo può cercare di alleviare il carovita attraverso nuove misure di sostegno, ma se contemporaneamente alimenta una domanda già eccessiva rispetto all’offerta, rischia di contribuire indirettamente proprio alle pressioni che rendono necessario mantenere i tassi elevati. È un circolo vizioso. Più spesa per compensare l’aumento dei prezzi si traduce, almeno in parte, in una maggiore domanda. Una maggiore domanda, in presenza di un’offerta insufficiente, può alimentare l’inflazione. Un’inflazione più persistente richiede tassi più elevati. E tassi più elevati aumentano il costo dei mutui e del debito pubblico, costringendo a sua volta il governo a spendere di più per attenuare le conseguenze sociali. A quel punto la politica rischia di rispondere alle conseguenze delle proprie risposte.
Il governo Albanese è arrivato al potere promettendo un’economia che “lavora per le persone”. Per questo ha proposto la linea interventista, con un pizzico di ‘protezionismo’, facendo perno sugli investimenti pubblici, su politiche industriali più vicine ai lavoratori, su maggiori sforzi e garanzie in campo ambientale e un ampliamento dei servizi per ciò che riguarda l’infanzia e gli anziani. Obiettivi degni di nota. Il problema è stato, ed è, la sostenibilità economica del percorso intrapreso.
 
Una politica industriale più regolamentata può essere giustificata. Investire nelle energie rinnovabili è sicuramente qualcosa di positivo, anche se le esagerazioni non sono opportune. Migliorare la sanità e l’assistenza agli anziani è una necessità in una società che invecchia. Aumentare la partecipazione femminile (anche intervenendo sui servizi per l’infanzia) al mercato del lavoro può rafforzare l’economia, ma tutti questi ‘buoni propositi’ richiedono una condizione: che generino, direttamente o indirettamente, una maggiore capacità produttiva. Altrimenti si rischia di redistribuire risorse, senza aumentare abbastanza la ricchezza necessaria a finanziare quella redistribuzione. Ed è qui che la produttività diventa la parola chiave. Non è un concetto astratto riservato agli economisti. Significa, in termini semplici, riuscire a produrre di più e meglio con le risorse disponibili. È ciò che permette di aumentare salari e redditi senza generare automaticamente maggiore inflazione.
 
Morale della situazione: inutile andare a caccia di responsabili e non assumersi le proprie responsabilità. Gli shock globali ci sono, ma qualche errore lungo la strada è stato fatto. Albanese e Chalmers lo sanno, nonostante i tentativi politici di ‘depistaggio internazionale’. L’importante è che si cominci a ragionare su come correggere il tiro perché la severità della Banca centrale non basta, anzi crea nuove conseguenze e malumori sempre più diffusi che fanno capire il fenomeno One Nation, che se arriverà fino alle urne non farà altro che rendere tutto ancora più difficile e spiacevole.