Dal palco della Festa della Liberazione Angelo Nazio, classe 1925, ha iniziato così il suo discorso, fatto di parole semplici che hanno strappato a più riprese l’applauso alla folla che aveva marciato gioiosamente sotto il cielo azzurro della Capitale per radunarsi infine ad ascoltare lui ed altri reduci della Resistenza, ultimi testimoni di un tempo atroce e di un doloroso riscatto.

Il vecchio partigiano aveva già celebrato il compleanno numero centouno, ma la voce era ferma e il pensiero lucido mentre sottolineava un concetto a cui teneva particolarmente: “La guerra”, diceva, “è il nemico numero uno dell’umanità, del popolo”.

Le parole del reduce, vecchissimo eppure sempre disponibile ad incontrare i giovani per raccontare la Liberazione dal nazifascismo e la nascita della Repubblica, contrastano con quelle di personaggi, ben più potenti, che convogliano incessantemente il messaggio opposto, esaltando la guerra, descritta come indispensabile e persino desiderabile, giusta e pertanto degna di essere combattuta. Così si è difatti espresso il vicepresidente USA, quello che, quando Trump lo ha scelto, ci hanno fatto credere che fosse una brava persona, il self-made-man emerso con le sue sole forze, la faccia onesta dell’America bianca. Vance, cattolico di recente conversione, ha avuto il coraggio di consigliare al Papa “cautela” nel condannare la guerra rammentandogli, quasi che il Papa non la conoscesse, la dottrina cattolica che stabilisce le condizioni per decretare quando una guerra possa essere considerata giusta.

Proprio i vescovi americani hanno però sottolineato che la guerra scatenata contro Iran e Libano non soddisfa nemmeno uno dei quattro requisiti indispensabili che, secondo la dottrina cattolica, devono essere tutti contemporaneamente soddisfatti, per poter definire “giusta” una guerra. Si capisce allora che, nella polemica contro il papa americano, che ha deluso le aspettative di uno stizzito Trump, il suo vice utilizza ipocritamente la religione in cui dice di credere, per scopi squisitamente politici, con argomentazioni che non trovano riscontro nella dottrina.

A chi coltiva una visione pacifista e nonviolenta, peraltro, anche la dottrina cattolica va stretta, perché incespica su un ostacolo semantico, come spiega il giurista Rosario Aitala in un convincente saggio pubblicato sulla rivista Limes: “Guerra e pace non esistono in sé stesse, ciascuna non è che l’assenza dell’altra. I due sostantivi non potrebbero essere più antitetici, eppure, nella grammatica politica, vengono spesso subordinati al medesimo aggettivo: ‘guerra giusta’, ‘pace giusta’. Nella storia non si trova né l’una, né l’altra.

La prima formula è un falso storico, l’altra è illusione o retorica”. Una visione che condivido e che mi sembra continuamente confermata dalle paci illusorie e dalle tregue traballanti che non fermano i conflitti su nessun fronte, che si tratti di Ucraina, di Gaza, dell’Iran o del Libano: tutti luoghi dove non si vedono né “guerra giusta” né tantomeno “pace giusta” e dove si continua a morire, a dispetto dei roboanti discorsi ufficiali sulla pace ritrovata. Tregue e accordi vengono ad ogni piè sospinto violati, con pretesti costruiti ad arte. Il diritto internazionale viene violato, anche con l’uso di armi illegali, come i proiettili al fosforo bianco, che l’esercito israeliano impiega contro i civili, senza che alcun monito o sanzione lo colpisca. Va ricordato allora che, oltre ai vasti incendi e alle gravissime ustioni che provoca, il fosforo bianco contamina le zone colpite, con effetti devastanti sulla popolazione civile, inclusa la nascita di neonati con gravi malformazioni, a causa dell’esposizione al mercurio depositato sul terreno da queste terribili armi.

Una vicenda che mi rimanda alla mostra fotografica: La casa sulle spalle, di Matthias Canapini, artista coraggioso che si è spesso recato in luoghi difficili e pericolosi per mettere su carta sensibile le follie umane. La mostra racconta di persone e comunità costrette spesso a lasciare le proprie case e a vivere in luoghi inospitali, mettendo in luce come i conflitti abbiano conseguenze che si protraggono nel tempo.

Fra gli scatti di Canapini che più mi hanno colpito ci sono infatti quelli delle vittime dell’agente arancio: una storia quasi dimenticata, uno dei tanti episodi brutali della sporca guerra del Vietnam. L’agente arancio era un defoliante che l’esercito USA riversò per anni sul Paese, per distruggere il fogliame delle fitte foreste nelle quali si nascondevano i vietcong, i partigiani vietnamiti che combattevano l’invasore. Si calcola che in dieci anni l’aviazione USA abbia irrorato sul Vietnam oltre quaranta milioni di litri di veleno: l’agente arancio conteneva infatti la micidiale diossina TCDD, che ha inquinato vasti territori e provocato tumori, malattie congenite e deformità a quasi cinque milioni di vietnamiti, oltre che a decine di migliaia di veterani statunitensi. Ma le foto della mostra di Canapini non sono scatti d’epoca, le vittime deformi che vi appaiono, sono uomini, donne, bambini dei nostri giorni, gente che ancora nasce con terribili deformità a causa dall’agente arancio: a distanza di mezzo secolo dalla fine della guerra vaste aree del Paese sono ancora contaminate dalla diossina, che continua a mietere vittime, a dimostrazione che nessun conflitto cessa di uccidere con la sua conclusione e nessuna guerra può essere davvero giusta, giacché ogni esercito commetterà sempre atrocità proporzionate alla sua capacità operativa e allo sviluppo tecnologico dell’epoca, perché non c’è mai pietà verso il nemico.

“La guerra è sempre in agguato. Il mondo si sta rovesciando e torna la forza bruta. Ma la guerra è il nemico numero uno dell’umanità, del popolo”. Il monito del partigiano centenario risuona nella testa, ma il suo invito conclusivo riscalda il cuore: “Fino a che sarò sotto questo cielo e avrò il cervello per ragionare, sarò sempre in prima linea”. Dovremmo essere tutti in prima linea: “Resistenza” oggi significa difendere la pace e la democrazia che abbiamo ricevuto in dono da chi, suo malgrado, si è trovato a combattere, pur odiando la guerra.
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