WASHINGTON - La crisi geopolitica nello Stretto di Hormuz sta travolgendo le rotte commerciali globali. Secondo i dati diffusi dal sito di monitoraggio Marine Traffic, il passaggio di imbarcazioni nello snodo marittimo ha subito un crollo verticale del 52% nei giorni tra il 10 e il 12 luglio rispetto alla settimana precedente.
Le navi commerciali non hanno solo ridotto drasticamente le attività, ma hanno spostato le proprie rotte verso aree ritenute più sicure: l’uso dei corridoi ufficiali dell’Imo (Organizzazione marittima internazionale) e delle rotte omanite è sceso ai minimi storici, mentre si registra un forte aumento del transito lungo le “rotte ombra” iraniane.
Questo blocco logistico arriva nelle stesse ore in cui gli Stati Uniti hanno bombardato il territorio iraniano per il secondo giorno consecutivo, dichiarando di aver colpito “decine di obiettivi” strategici con lo scopo di neutralizzare la capacità di Teheran di bloccare lo Stretto.
L’escalation militare è stata rivendicata con forza anche sul piano politico dal presidente Usa Donald Trump, che in un’intervista rilasciata a Fox News ha delineato una nuova strategia di presenza permanente nell’area. “Stiamo prendendo il controllo dello Stretto. Non hanno niente”, ha assicurato Trump.
Il presidente statunitense ha poi rivelato i retroscena di una complessa trattativa diplomatica fallita all’ultimo momento: “Ieri c’è stata una riunione di 11 ore. Tutto era stato concordato ieri e poi sono usciti dalla stanza e hanno richiamato per dire ‘dobbiamo fare un paio di modifiche’“. Una condotta che, secondo l’inquilino della Casa Bianca, “da 47 anni continuano a tergiversare”.
Trump ha poi esplicitato l’intenzione di trasformare la gestione della via navigabile in una fonte di entrate economiche per Washington: “Manterremo il controllo dello stretto. Probabilmente lo gestiremo noi” e “verremo ricompensati per questo. Abbiamo garantito la sicurezza dello stretto per 50 anni e non siamo mai stati pagati. Lo abbiamo protetto senza ricevere nulla, ma ora ci guadagneremo”.
La risposta dei vertici militari iraniani non si è fatta attendere. Ebrahim Zolfaqari, portavoce del Comando Centrale Khatam al-Anbiya, ha replicato con fermezza respingendo qualsiasi ipotesi di controllo statunitense: “Le ripetute provocazioni e azioni ostili degli Stati Uniti volte a intervenire nella gestione dello Stretto di Hormuz hanno seriamente messo a rischio la sicurezza della regione, il commercio internazionale e il transito delle petroliere e delle navi commerciali. Purtroppo, la cooperazione di alcuni Paesi della regione ha inoltre aumentato il rischio di un’estensione del conflitto a tutta l’area”.
Zolfaqari ha assicurato che le forze armate di Teheran “reagiranno con fermezza a qualsiasi azione che provochi disordini o comprometta la sicurezza del passaggio delle navi commerciali e delle petroliere”. E ha lanciato un durissimo monito di natura diplomatica e militare ai governi confinanti del Golfo Persico: “Non permetteremo in alcun modo agli Stati Uniti di intervenire nella gestione dello Stretto di Hormuz. E ai leader dei Paesi della regione mandiamo un avvertimento: qualsiasi collaborazione con gli Stati Uniti e qualsiasi sostegno logistico al loro esercito aggressore sarà considerato un atto di guerra. In caso di espansione del conflitto nella regione, le fiamme della guerra coinvolgeranno tutti i Paesi dell’area”.