WASHINGTON - La notte tra giovedì e venerdì 24 luglio si è conclusa la tredicesima serie consecutiva di attacchi statunitensi contro l’Iran. Secondo quanto comunicato dal Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom) su X, le operazioni militari si sono svolte tra le 18:45 di ieri e le 21:00 di Washington.  

L’offensiva Usa ha preso di mira centri di comando militari, depositi di droni, reti di comunicazione, postazioni di sorveglianza costiera e capacità marittime iraniane. L’obiettivo dichiarato da Washington è quello di “ridurre ulteriormente la minaccia rappresentata dall’Iran per i marittimi civili e le navi commerciali in transito nello Stretto di Hormuz”.  

Il Centcom ha sottolineato che la rotta marittima internazionale resta “aperta al transito” e che i mercantili continuano a navigare con il supporto delle forze statunitensi, nonostante i recenti attacchi attribuiti al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Pasdaran). Da parte loro, le autorità iraniane denunciano quattro morti a causa dei raid notturni condotti nel sud-ovest del Paese.   

L’Iran ha risposto alla campagna aerea statunitense annunciando di aver attaccato installazioni militari degli Stati Uniti presso la base aerea di Muwaffaq Salti in Giordania e la base di Sheikh Isa in Bahrein. Parallelamente, un’agenzia Afp ha riportato diverse esplosioni udite nei pressi dell’aeroporto di Erbil, nel Kurdistan iracheno, dove sono dislocate truppe statunitensi e ha sede il consolato Usa; nella zona sono stati avvistati droni e colonne di fumo.   

La battaglia tra Washington e Teheran si è estesa rapidamente anche al piano economico e finanziario. Attraverso un messaggio pubblicato sul proprio social Truth, Trump ha annunciato una nuova linea d’azione vincolante: “Si prega di considerare la presente dichiarazione come attestazione, fino a nuovo avviso, che d’ora in poi tutti i danni causati alle navi, al carico o a qualsiasi elemento ad essi correlato saranno risarciti con i fondi iraniani che gli Stati Uniti detengono e controllano. Tali danni potrebbero essere molto ingenti, ma ciò nonostante questa è la soluzione più giusta ed equa”.   

La replica della diplomazia iraniana è stata immediata. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha affidato a X la risposta di Teheran: “Sequestrare i beni di un’altra nazione per pagare rivendicazioni future non correlate è un precedentemente incendiario”.   

Attualmente gli Stati Uniti mantengono oltre 50.000 militari dispiegati in Medio Oriente. Mentre il comando statunitense ha diffuso un breve filmato che documenta alcuni dei bersagli colpiti, il Pentagono si trova al centro di un giallo relativo al bilancio dei propri caduti. Il Dipartimento della Difesa ha infatti rivisto al ribasso da 18 a 14 il totale dei soldati statunitensi deceduti dall’inizio del conflitto.   

Secondo quanto ricostruito dal New York Times, la correzione sarebbe legata alla decisione della Casa Bianca di escludere dal conteggio quattro militari rimasti uccisi lo scorso fine settimana (tre in Giordania e uno nel nord dell’Iraq) poiché deceduti dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco annunciato ad aprile.  

Citati in forma anonima dal quotidiano, tre funzionari militari hanno riferito di animate discussioni interne sulla gestione dei dati. Il portavoce ad interim del Pentagono, Joel Valdez, ha ridimensionato il caso parlando di “temporanee interruzioni nella trasmissione dei dati” poi corrette.  

Nel bilancio originario si distinguevano 11 morti in combattimento e sette in incidenti collegati (tra cui l’equipaggio di un aereo cisterna KC-135 precipitato in Iraq); dopo l’aggiornamento, i deceduti per azioni ostili sono stati fissati a sette sui 14 totali. Valdez ha inoltre respinto i confronti tra i decessi sotto l’amministrazione Trump e quella Biden, bollandoli come un “tentativo di politicizzare i sacrifici dei migliori combattenti Usa in Iran”.   

Nel frattempo, la spirale bellica e l’instabilità nel Golfo Persico stanno scuotendo i mercati finanziari globali. Le principali Borse asiatiche hanno chiuso le contrattazioni in forte calo, zavorrate dalle tensioni geopolitiche, dal balzo del prezzo del greggio Brent oltre i 100 dollari al barile e dai timori di una nuova fiammata inflazionistica che potrebbe spingere le banche centrali a un rialzo dei tassi. A trascinare verso il basso il comparto tecnologico e i listini orientali vi sono anche i crescenti dubbi degli investitori sulla redditività e sulle ingenti spese legate al settore dell’intelligenza artificiale, con flessioni superiori al 4% per colossi come Samsung Electronics e SK hynix.