GERUSALEMME - Benjamin Netanyahu e Donald Trump si trovano su una rotta di collisione dopo l’intesa preliminare tra Stati Uniti e Iran per fermare la guerra.

Il primo ministro israeliano aveva puntato sul conflitto congiunto con Washington per colpire il regime iraniano, rafforzare la propria immagine interna e presentarsi come l’artefice di una nuova architettura regionale fondata sull’asse Usa-Israele. Il risultato, almeno per ora, è più ambiguo.

Trump vuole uscire dal conflitto. Netanyahu teme invece che la tregua congeli le mani di Israele proprio mentre restano aperti i dossier che per Gerusalemme contano di più: il programma nucleare iraniano, i missili di Teheran, Hezbollah in Libano e la rete di gruppi armati nella regione.

In pubblico, i funzionari israeliani mantengono cautela, per non alienarsi l’alleato americano. In privato, però, il giudizio è severo. Un alto funzionario israeliano ha definito l’accordo preliminare “terribile per Israele”, sostenendo che nessuno nella leadership del Paese lo veda diversamente, dal primo ministro al capo di stato maggiore.

Washington sostiene che i prossimi 60 giorni, coperti dal cessate il fuoco, serviranno a negoziare i termini completi dell’intesa, con particolare attenzione al programma nucleare iraniano. Ma alcuni funzionari israeliani ritengono probabile un’estensione del periodo negoziale, forse fino a 90 giorni. Il rischio, dal loro punto di vista, è che Israele resti vincolato sul piano militare mentre le sue principali preoccupazioni restano senza risposta.

Il punto più delicato è il Libano. Netanyahu e Trump si sono già scontrati più volte sul rifiuto israeliano di limitare le operazioni contro Hezbollah, sostenuto dall’Iran. All’inizio del mese, secondo quanto riferito, Trump avrebbe ripreso con durezza Netanyahu al telefono, ordinandogli di non colpire Beirut mentre Washington cercava un accordo con Teheran. Israele sospese gli attacchi quel giorno, ma colpì i sobborghi meridionali della capitale libanese una settimana dopo. Ne seguirono lanci missilistici iraniani contro Israele e una reprimenda pubblica di Trump verso entrambe le parti.

A poche ore dall’annuncio dell’intesa tra Stati Uniti e Iran, Israele ha colpito nuovamente Beirut dopo razzi lanciati dal Libano verso il territorio israeliano. Trump ha descritto quel fuoco come “minuscolo e senza importanza”. Per Netanyahu, invece, la questione resta direttamente legata alla sicurezza dei cittadini del nord di Israele.

In una conferenza stampa a Gerusalemme, il primo ministro ha ammesso divergenze con Trump, ma ha rivendicato la propria autonomia. “Lui è il presidente degli Stati Uniti, io sono il primo ministro di Israele - ha detto -. Molte volte vediamo le cose allo stesso modo e altre meno. Io sono responsabile degli interessi di sicurezza di Israele”.

L’accordo dovrebbe essere firmato venerdì in Svizzera. Il Pakistan, mediatore del negoziato, ha indicato che il patto prevede la cessazione permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, incluso il Libano. Netanyahu ha però detto che Israele manterrà le proprie forze nel sud del Libano e la “libertà d’azione” contro Hezbollah.

La tregua riaprirebbe lo Stretto di Hormuz, nodo essenziale per il petrolio, ma rinvierebbe il futuro del programma nucleare iraniano a un negoziato di 60 giorni. Resterebbero fuori, almeno per ora, due temi che Netanyahu e Trump avevano indicato come giustificazioni del conflitto: i missili iraniani e il sostegno di Teheran ai gruppi armati regionali.

Per Netanyahu, il problema è anche politico. Le elezioni d’autunno si avvicinano e i sondaggi lo danno in difficoltà. Per anni ha venduto agli israeliani la propria capacità di trattare con Trump come un vantaggio unico. Durante il primo mandato del presidente americano ottenne lo spostamento dell’ambasciata USA a Gerusalemme, gli Accordi di Abramo e l’uscita americana dall’intesa nucleare voluta da Barack Obama. Ora l’accordo con l’Iran incrina quella narrazione.

Secondo l’Israel Democracy Institute, solo il 41% degli ebrei israeliani ritiene che la sicurezza di Israele sia una priorità centrale per Trump, contro il 64% registrato a marzo. Netanyahu può evitare lo scontro aperto con Washington. Ma difficilmente potrà presentare questa tregua come una vittoria.