WASHINGTON - Donald Trump è tornato a seminare dubbi sull’integrità delle elezioni statunitensi, riproponendo una narrazione che porta avanti da oltre un decennio. A sei anni dalla sconfitta del 2020, e in un discorso alla nazione trasmesso in prima serata, il presidente ha tentato di presentare quelle prove di frodi diffuse e manipolazioni straniere che per anni non era mai riuscito a fornire. 

Attraverso la desecretazione di una serie di documenti pubblicati sul sito della Casa Bianca, il leader repubblicano ha cercato di dimostrare l’esistenza di un piano strutturato della Repubblica Popolare Cinese per indebolirlo politicamente: “A metà del 2019, la strategia del governo cinese nei confronti degli Stati Uniti mirava a minare la fiducia interna nel presidente Usa. Volevano far passare l’idea che il vostro presidente non fosse un granché – quando in realtà ha svolto un ottimo lavoro – e hanno fatto di tutto per riuscirci”. 

L’analisi dei dossier declassificati non sembra però confermare la tesi presidenziale. Sebbene i faldoni (pesantemente omessi in più parti) indichino l’esistenza di campagne di influenza filocinesi e uno scetticismo di Pechino verso l’amministrazione Trump, nulla dimostra che tali sforzi abbiano prodotto un risultato concreto. 

Il presidente ha denunciato che “i dati di decine di milioni di elettori in 18 stati sono stati acquistati, rubati o sottratti tramite hackeraggio dalla Cina”, ma gli accertamenti giornalistici evidenziano che si tratta in realtà di normali registri elettorali contenenti nomi e indirizzi di dominio pubblico. Inoltre, le tesi presentate nei documenti riflettono una posizione di stretta minoranza all’interno delle stesse agenzie di sicurezza: gli stessi analisti che redassero i verbali specificarono all’epoca di nutrire un livello di fiducia “basso o medio” verso quelle specifiche valutazioni. 

Un dettaglio che Trump ha liquidato nel corso del suo intervento, rilanciando le accuse: “Le nostre macchine e i nostri sistemi di conteggio dei voti sono esposti a hacking, manipolazione e corruzione. La Cina e altri paesi hanno tentato di interferire nelle nostre elezioni. Le prove di frode sono state insabbiate”. 

Gli osservatori notano come, nonostante la retorica su “trucchi e furti”, Trump non abbia affermato né dimostrato che anche un solo voto sia stato effettivamente alterato o modificato nel 2020. Al contrario, il materiale declassificato conferma la resilienza del sistema statunitense: sebbene gli Stati esteri tentino operazioni di disinformazione, l’intelligence considera tecnicamente impossibile la manipolazione dei voti su vasta scala, al di là di tentativi circoscritti a livello locale. 

Nel tentativo di corroborare le sue accuse, Trump ha menzionato i file declassificati su un’indagine legata alla registrazione degli elettori a Muskegon, nel Michigan. Tuttavia, il caso era già noto da tempo all’opinione pubblica e le autorità locali lo hanno sempre citato come esempio dell’efficacia dei propri protocolli di sicurezza: l’anomalia fu prontamente segnalata da un funzionario alle forze dell’ordine, l’inchiesta scattò immediatamente e nessuna registrazione fraudolenta andò a buon fine. 

Il presidente ha poi puntato il dito contro il cosiddetto “deep state”, accusando i vertici della sicurezza di avergli nascosto intenzionalmente le informazioni sulle interferenze cinesi. Per questo motivo, ha annunciato di aver ordinato a Fbi, Cia, Odni e Dipartimento di Giustizia di avviare un’indagine su quello che ha definito un “insabbiamento” orchestrato da funzionari statunitensi. I documenti diffusi giovedì sera smentiscono però questa ricostruzione, svelando unicamente l’esistenza di accesi e normali dibattiti interni all’amministrazione su come valutare le mosse di Pechino, senza alcuna prova di complotti o occultamenti. 

L’ossessione del presidente per le presidenziali del 2020 (perse contro Joe Biden con uno scarto di circa 7 milioni di voti nel pieno della pandemia) resta il fulcro della sua comunicazione politica anche in questa campagna elettorale. Ciononostante, a distanza di anni, continuano a non emergere prove a supporto di frodi sistemiche sulle schede cartacee o di intrusioni straniere nelle fasi di voto e scrutinio. Una realtà già sancita all’indomani del voto del 2020 dai funzionari di spicco del primo mandato di Trump (a partire dall’allora Procuratore Generale William P. Barr) e che la documentazione prodotta dalla Casa Bianca non sembra aver modificato.