NEW YORK - L’idillio tra Donald Trump e il mondo delle valute digitali si sta rivelando un affare a senso unico. Se nell’ultimo anno il presidente degli Stati Uniti ha incassato l’astronomica cifra di 1,4 miliardi di dollari grazie alle criptovalute e ai token legati al suo brand, la stragrande maggioranza dei suoi sostenitori ha subito perdite devastanti. 

A fare i conti in tasca alla galassia crypto del tycoon è un’inchiesta del Wall Street Journal, che rivela una realtà ben diversa da quella trionfale ostentata dalla Casa Bianca. Secondo i dati di Nansen (società specializzata nell’analisi dei dati blockchain che ha monitorato oltre 1,4 milioni di portafogli digitali dal lancio nel gennaio 2025), ben i due terzi degli investitori che hanno acquistato il memecoin ufficiale di Trump si trovano oggi in rosso. 

Sostenitori politici del tycoon e investitori retail hanno riversato migliaia, in certi casi milioni di dollari, nell’ecosistema digitale della famiglia Trump, acquistando asset a prezzi gonfiati poco prima che il mercato secondario entrasse in una fase di profonda correzione. Un’ulteriore analisi di Nansen su 26.000 portafogli rivela che l’85% di chi ha acquistato il token $Wlfi della piattaforma World Liberty Financial sul mercato secondario è attualmente in perdita. 

Si tratta di un vero e proprio tracollo per la valuta digitale $Trump. Lanciata a ridosso del suo secondo insediamento presidenziale, la moneta aveva raggiunto una capitalizzazione massima di mercato vicina ai 15 miliardi di dollari, prima di subire un crollo verticale del 97% che ha ridotto il suo valore complessivo agli attuali 400 milioni di dollari. 

I dati smentiscono nettamente le dichiarazioni rilasciate dallo stesso Trump, che rispondendo ai giornalisti sui suoi enormi profitti personali aveva liquidato la questione con ottimismo: “Tutti stanno avendo profitti, perché il mercato sta salendo, io sto avendo profitti perché ho un sacco di soldi e un sacco di contante”. 

La svolta del presidente rappresenta una clamorosa inversione a U rispetto al 2021, quando liquidava il Bitcoin come “una truffa” che minacciava la stabilità del dollaro. Oggi, la sua amministrazione persegue politiche deregolamentatorie volte a trasformare gli Statu Uniti nella “capitale crypto del mondo”, mentre l’intera famiglia Trump si è lanciata massicciamente nel settore, sollevando dure critiche e preoccupazioni per macroscopici conflitti di interessi. 

Nonostante l’alta volatilità e l’opacità del settore, l’impennata del Bitcoin e dei principali asset digitali ha consolidato una nuova élite finanziaria globale. Nella classifica dei miliardari delle criptovalute (basata sulle ultime stime delle piattaforme di settore), lo stesso Donald Trump si posiziona al decimo posto con un patrimonio stimato in 7,2 miliardi di dollari. Sopra di lui, tuttavia, si muovono figure capaci di accumulare fortune ben superiori a quella del presidente, spesso partendo da settori completamente estranei alla finanza tradizionale. 

L’epopea di questa nuova tecnocrazia dimostra come i patrimoni digitali possano evaporare con la stessa spaventosa velocità con cui vengono accumulati. La storia recente del settore è costellata di ascese fulminee e fallimenti rovinosi, provocati sia dalle violente oscillazioni dei mercati sia da colossali sistemi fraudolenti. 

Il caso più emblematico resta il crollo dell’impero di Sam Bankman-Fried e Gary Wang, polverizzato dopo la maxitruffa del loro exchange FTX. Sorte analoga è toccata ad Arthur Hayes, co-fondatore di BitMEX. 

Allo stesso tempo, la sola flessione delle quotazioni di mercato ha recentemente estromesso dalla cerchia dei multimiliardari figure di primo piano come il fondatore di Dunamu, Kim Hyoung-nyon (il cui patrimonio è sceso a 1,2 miliardi di dollari), e il celebre creatore di Ethereum, Vitalik Buterin, la cui ricchezza netta si attesta oggi attorno ai 700 milioni di dollari.