WASHINGTON – Donald Trump e Benjamin Netanyahu hanno cercato di ricomporre settimane di tensioni durante un colloquio di oltre un’ora, svolto lontano dalle telecamere mentre fuori dalla Casa Bianca manifestanti pro-Palestina chiedevano la fine delle forniture militari americane a Israele.

La portavoce presidenziale Karoline Leavitt ha definito il faccia a faccia “positivo e produttivo”. In un video pubblicato sui social media, il primo ministro israeliano ha parlato di piena collaborazione e ha ribadito che l’obiettivo condiviso resta impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari.

Il suo portavoce Doron Spielman ha assicurato che i due governi sono “pienamente allineati” e che Israele sosterrà qualsiasi strada scelta dal presidente statunitense. Ha inoltre precisato che durante il vertice non sarebbe stata affrontata la questione della possibile vendita di caccia F-35 alla Turchia, uno dei temi che hanno recentemente alimentato gli attriti.

Poche ore prima, tuttavia, Trump aveva criticato apertamente Netanyahu per la diffusione di informazioni sull’espansione delle attività iraniane nel sito nucleare di Pickaxe Mountain.

Intervistato da Fox News, il presidente aveva sostenuto di non avere bisogno che “Bibi” gli spiegasse la situazione e aveva accusato l’alleato di voler mantenere gli Stati Uniti coinvolti nella guerra. Trump aveva inoltre contestato la scelta di rendere pubbliche quelle informazioni anziché trasmetterle direttamente a Washington.

Il presidente ha comunque ridimensionato la portata dello scontro, affermando che gli Stati Uniti sono a conoscenza di quanto accade nel sito e che, in assenza di un accordo, sarebbero in grado di distruggerlo.

Le dichiarazioni hanno però rivelato il malcontento della Casa Bianca verso una campagna militare che, secondo le aspettative iniziali israeliane, avrebbe dovuto produrre risultati rapidi e favorire un cambio di regime. Dopo sei mesi, la nuova leadership iraniana appare invece più rigida e, secondo l’intelligence americana, maggiormente interessata allo sviluppo di una capacità nucleare militare.

Netanyahu è arrivato alla Casa Bianca poco prima delle 11, in una Washington sottoposta a rigide misure di sicurezza per il funerale del senatore Lindsey Graham. Pochi minuti prima aveva lasciato l’edificio il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

All’esterno, i dimostranti hanno esposto cartelli nei quali definivano il leader israeliano un “criminale di guerra” e sollecitavano il blocco delle armi destinate a Gerusalemme.

Il dissenso nei confronti di Netanyahu cresce soprattutto tra i Democratici. Un centinaio di deputati Liberal ha recentemente sostenuto una proposta per ridurre gli aiuti a Israele, mentre il sindaco di New York Zohran Mamdani ha chiesto al governo federale di eseguire il mandato della Corte penale internazionale.

Le perplessità attraversano anche l’area repubblicana. L’ex stratega Steve Bannon ha accusato Netanyahu di danneggiare il programma America First, interpretando i timori della corrente non interventista per una nuova escalation.

Anche i sostenitori dell’azione militare temono che il prolungamento della guerra possa indebolire il partito alle elezioni di novembre. Il colloquio ha quindi mostrato una ritrovata unità pubblica, ma non ha eliminato le differenze su tempi, strumenti e costi dell’offensiva contro Teheran.