PECHINO - Il previsto vertice di settembre tra Donald Trump e Xi Jinping si avvicina sotto il peso di una crescente serie di contenziosi commerciali e tecnologici. La visita del presidente cinese a Washington, annunciata dalla Casa Bianca per l’autunno e indicata per il 24 settembre da fonti citate da Reuters, non appare al momento in discussione. Tuttavia, la possibilità che l’incontro produca un’intesa significativa si sta riducendo, mentre Stati Uniti e Cina moltiplicano restrizioni e contromisure nei settori più sensibili.
Dopo il vertice di maggio a Pechino, il secondo incontro dell’anno tra i due leader avrebbe dovuto consolidare la tregua raggiunta sul commercio e tradurre in risultati concreti gli impegni assunti dalla Cina sull’acquisto di prodotti agricoli statunitensi, aerei Boeing e altre merci. Washington continua però ad accusare Pechino di aver applicato solo in parte gli accordi, soprattutto per quanto riguarda le terre rare, mentre la parte cinese denuncia le nuove barriere introdotte dall’amministrazione Trump.
Il vicepresidente del Consiglio di Stato He Lifeng, il segretario al Tesoro Scott Bessent e il rappresentante per il Commercio Jamieson Greer hanno mantenuto aperto il dialogo con una videoconferenza il 30 luglio, definita da Pechino “franca, approfondita e costruttiva”. Dietro il linguaggio diplomatico restano tuttavia posizioni distanti.
Il fronte più delicato è quello dell’intelligenza artificiale. Il lancio da parte della società cinese Moonshot AI di Kimi K3, un modello open source con 2.800 miliardi di parametri, ha alimentato negli Stati Uniti il timore di un nuovo “momento DeepSeek”: un sistema cinese capace di avvicinarsi alle prestazioni dei migliori modelli statunitensi e di essere distribuito liberamente.
Il responsabile per la scienza e la tecnologia della Casa Bianca, Michael Kratsios, ha accusato Moonshot di aver utilizzato su vasta scala la tecnica della distillazione per replicare Claude Fable 5 di Anthropic. Bessent ha avvertito che le imprese cinesi sospettate di furto della proprietà intellettuale potrebbero essere colpite da sanzioni o inserite nella Entity List. Moonshot ha respinto l’accusa, sostenendo che i risultati di Kimi K3 derivano da innovazioni proprie, mentre il ministero del Commercio cinese ha parlato di “egemonismo dell’Ia”.
Lo scontro non riguarda più soltanto i semiconduttori necessari ad addestrare i modelli, ma si sta estendendo all’intera infrastruttura dell’Ia. La Federal Communications Commission (FCC) ha infatti inserito nella sua lista delle apparecchiature considerate rischiose i nuovi robot avanzati prodotti all’estero e gli inverter collegati alla rete elettrica, impedendo l’autorizzazione e la vendita negli Stati Uniti dei nuovi modelli senza colpire i dispositivi già acquistati. Pur non citando direttamente la Cina, la misura riguarda soprattutto i produttori cinesi di robot umanoidi, quadrupedi e componenti per impianti energetici, con Pechino che accusa Washington di ampliare arbitrariamente il concetto di sicurezza nazionale per proteggere le proprie industrie.
Parallelamente, un nuovo ostacolo potrebbe arrivare dai ricetrasmettitori ottici, i componenti che trasmettono dati attraverso le fibre nei centri di elaborazione: secondo Reuters, la FCC starebbe preparando un divieto all’importazione dei nuovi dispositivi prodotti in Cina per il rischio che possano essere utilizzati per sottrarre informazioni, diffondere programmi malevoli o interrompere il funzionamento dei centri dati che alimentano i sistemi di IA. Un provvedimento che colpirebbe aziende come Zhongji Innolight ed Eoptolink, fondamentali nelle catene di fornitura mondiali e fortemente dipendenti dal mercato statunitense, e la cui sola indiscrezione ha già provocato forti ribassi per i produttori cinesi quotati.
Alle restrizioni tecnologiche si è aggiunto il dossier del Xinjiang. Il Dipartimento per la Sicurezza Interna ha inserito altre 43 società cinesi nella lista prevista dalla legge statunitense contro il lavoro forzato degli uiguri, portando sotto osservazione imprese attive nei settori alimentare, tessile, farmaceutico, metallurgico e del litio. I prodotti delle aziende inserite nell’elenco sono considerati realizzati attraverso il lavoro forzato, salvo prova contraria, e possono quindi essere bloccati alla frontiera. Il governo cinese respinge le accuse e definisce il provvedimento una forma di coercizione economica dannosa per le catene globali di approvvigionamento.
Pechino ha già risposto. Il ministero del Commercio ha sottoposto a controlli più severi, caso per caso, le esportazioni verso gli Stati Uniti di droni, componenti e tecnologie collegate. Ha inoltre vietato a imprese e cittadini cinesi di collaborare con sette entità statunitensi: sei accusate di aver sostenuto le sanzioni legate al Xinjiang e una di aver assistito la FCC nell’adozione di misure ritenute lesive della sovranità cinese. Sono state introdotte anche limitazioni al ruolo degli organismi statunitensi nelle ispezioni necessarie per la certificazione di prodotti realizzati in Cina.
Le misure adottate finora restano circoscritte e non segnano ancora il ritorno a una guerra commerciale generalizzata. Mostrano però che la tregua viene interpretata dalle due capitali come uno strumento per contenere il conflitto, non per risolverlo. Washington vuole ottenere maggiori acquisti di prodotti statunitensi e garanzie sulle terre rare, senza rinunciare a limitare la presenza cinese nelle infrastrutture dell’IA. Pechino chiede invece la rimozione delle restrizioni, ma continua a utilizzare il proprio controllo su minerali critici, droni e catene industriali come leva negoziale.
Il summit potrebbe quindi produrre accordi selettivi o una nuova sospensione delle ostilità, più che una vera normalizzazione. Il rischio è che robot, modelli di IA, componenti ottici e lavoro forzato finiscano per confluire in un unico negoziato, rendendo più difficile separare le concessioni commerciali dalle questioni di sicurezza nazionale.
Trump e Xi conservano entrambi un interesse a evitare una rottura prima dell’incontro, ma arriveranno a Washington con un numero crescente di misure da revocare, sospendere o scambiare e con margini politici sempre più ridotti per apparire concilianti.