Tutto è cominciato con un libro. Josto Luzzu insegna italiano ed European Studies all’Università di Sydney, italiano alla Dante Alighieri e un corso di cultural policy nel dipartimento dove ha fatto il dottorato; nel tempo che resta suona i tamburi in un gruppo di musica afro-brasiliana a Redfern. Prima di tutto questo c’era un ragazzo di Cagliari che aveva appena finito di leggere “Un indovino mi disse” di Tiziano Terzani. “È nato tutto per passione - racconta - quel libro mi aveva ispirato moltissimo a viaggiare in Asia”.
Si è iscritto a Studi Orientali a Roma e ha cominciato con il cinese. Il cinese lo ha portato via: un periodo di volontariato in una scuola di Shanghai, i corsi di lingua, poi lo Yunnan, la provincia del sud-ovest dove vivono decine di minoranze etniche. È lì che la lingua ha smesso di essere un obiettivo ed è diventata uno strumento. Un doppio master lo ha portato prima a Pechino, per le relazioni internazionali, poi a Londra, alla London School of Economics, per la storia internazionale.
Finito il master, invece di cercare lavoro in Europa è tornato in Cina: “Volevo continuare i miei studi in Cina e ho fatto un po’ di antropologia visuale, ho Imparato a girare dei documentari”. Piccoli film girati nello Yunnan, nelle zone delle minoranze, insieme a un professore dell’Università dello Yunnan. È stato proprio quel professore a portarlo in Laos.
In Laos, Luzzu ha trovato la sua ricerca: una zona economica speciale gestita da una compagnia cinese, dove lo Stato laotiano ha di fatto ceduto pezzi di sovranità a un’azienda privata. Ci ha vissuto per anni prima ancora di pensare a un dottorato. “Avendo delle informazioni di prima mano, ho deciso di utilizzarle per scrivere il mio dottorato”.
Ha fatto domanda in diverse università ed è stato preso a Sydney, con una borsa di studio, nel dipartimento di Gender and Cultural Studies. In Australia, insomma, è arrivato per via del Laos. Oggi il dottorato è chiuso e il lavoro è fatto di pezzi che stanno insieme: insegnamento all’università e con la Dante Alighieri di Sydney.
Poi c’è tutto il resto, e qui Luzzu ride: “Le mie passioni? Quanto tempo abbiamo?”. Da ragazzo faceva pattinaggio artistico: “ho ancora i miei pattini qua, e quando posso vado a farmi una pattinata molto volentieri”. La musica è arrivata dopo ed è diventata centrale: gli handpan, i festival, e il maracatu, il ritmo di Recife, che suona con un gruppo a Redfern. I tamburi se li sono costruiti da soli, in un workshop e ne stanno costruendo altri per far entrare più gente. L’idea adesso è portarli dove servono: “stiamo cercando di fare dei progetti con comunità più fragili, utilizzare la musica come strumento di costruzione della comunità. In Italia cerca di tornare una volta all’anno e di restarci due mesi, lavoro permettendo. La nostalgia non la nasconde e non la recita: “mi manca la Sardegna, mi mancano le spiagge, mi manca la famiglia. Adesso ho anche dei nipotini piccoli, quindi mi perdo quelle fasi della vita che sono molto importanti”. Sydney è una destinazione definitiva? Qui si prende un momento prima di rispondere. “L’Australia ti offre tante possibilità, però ti mette anche molto alla prova. È tanto lontana da casa, anche se ormai questa è già casa”. Il problema, spiega, non è la distanza: “mi devo giostrare tra due vite molto diverse. Quella italiana, con il mio cervello italiano, che mi dà accesso a certe esperienze emotive italiane. E poi c’è tutta quella inglese, che è complessa, ed è legata a questa terra e a tutte le comunità che fanno parte della mia vita qua a Sydney”. Una conclusione non ce l’ha, e non finge di averla. Per lui, la vita “È sempre un lavoro in itinere”. E resta aperto a quello che verrà, con la stessa passione da cui è cominciato tutto.