SYDNEY – La sconfitta di Uber dinanzi all’Alta Corte apre un nuovo fronte per le piattaforme digitali e potrebbe avere ripercussioni ben oltre il settore del rideshare (servizio di trasporto tramite app), coinvolgendo anche servizi sanitari, intermediari finanziari e operatori dell’assistenza ai disabili.
Oggi, la massima autorità giudiziaria del Paese ha stabilito che Uber deve versare 81 milioni di dollari di imposta sui salari nel New South Wales.
La società aveva sostenuto per anni di non essere il datore di lavoro dei propri autisti e che le somme corrisposte ai conducenti non potessero essere considerate salari ai sensi della normativa statale.
La decisione, presa con una maggioranza di sei giudici contro uno, chiude però le possibilità di ricorso per Uber e potrebbe comportare ulteriori imposte per gli anni successivi, portando il conto complessivo oltre i 100 milioni di dollari.
Sei giudici hanno ritenuto che i conducenti che lavorano tramite Uber debbano essere considerati dipendenti ai fini della payroll tax e che i pagamenti ricevuti rientrino quindi nella definizione di salario.
Nella motivazione, la Corte ha osservato che Uber ha organizzato il proprio sistema in modo tale che i pagamenti dei passeggeri transitino attraverso la piattaforma.
Ciò consente alla società di esercitare un controllo sostanziale sulle tariffe prima che il denaro venga trasferito ai conducenti, trattenendo la propria commissione o modificando e annullando gli importi.
Secondo l’esperta di diritto Joellen Munton, il verdetto potrebbe costringere molte imprese con modelli simili a rivedere la propria struttura.
Tra i settori potenzialmente interessati figurano le piattaforme che mettono in contatto clienti e singoli fornitori di servizi, comprese quelle impiegate nell’assistenza alle persone con disabilità tramite l’NDIS.
Munton ha osservato che le aziende che finora hanno escluso di dover pagare la payroll tax, perché non consideravano i compensi versati come salari, dovranno ora rivalutare la propria posizione.
La docente emerita ha inoltre ipotizzato che Uber possa modificare il proprio modello economico e ridurre la quota destinata agli autisti per compensare parte dei nuovi costi fiscali.
La società ha dichiarato di rispettare la decisione, ma ha sostenuto che il verdetto potrebbe generare costi molto elevati per decine di altre attività.
Uber ha citato tra i possibili interessati broker di mutui, marketplace di servizi, studi medici e altre attività sanitarie, chiedendo ai governi statali di aggiornare le norme sulla payroll tax per adeguarle al funzionamento delle piattaforme digitali.
Il Transport Workers Union ha invece accolto favorevolmente la decisione.
Il segretario nazionale Michael Kaine ha accusato le grandi società tecnologiche di aver cercato per anni di sottrarsi agli obblighi previsti dalla legge pur mantenendo i profitti.
Il ministro delle Finanze del NSW Courtney Houssos ha ricordato che l’imposta sui salari contribuisce al finanziamento dei servizi essenziali.
“Le imprese locali pagano la loro giusta quota - ha dichiarato -. Anche Uber dovrebbe pagare la sua”.