FIRENZE - Nella notte tra il 3 e il 4 novembre 1966 l’Arno ruppe gli argini e sommerse il capoluogo regionale toscano. L’acqua invase strade, abitazioni, botteghe e musei, trascinando fango e detriti. Una catastrofe che provocò 36 vittime in città e danni incalcolabili al patrimonio artistico e culturale. Sessant’anni dopo, le immagini di piazza Santa Croce sommersa e dei capolavori ricoperti di fango restano impresse nella memoria collettiva. Tra le opere più colpite il Crocifisso di Cimabue, custodito nella Basilica di Santa Croce: l’alluvione danneggiò gravemente la superficie dipinta, causando la perdita di una parte consistente della pellicola pittorica.

A ricordare quei giorni è Bruno Santi, allora 24enne studente di storia dell’arte, che si presentò alla Soprintendenza per contribuire alle operazioni di salvataggio. Negli anni successivi sarebbe diventato soprintendente al patrimonio storico e artistico fiorentino. “Fu un’esperienza drammatica e costruttiva”, ricorda. Per mesi partecipò agli interventi sulle opere danneggiate, lavorando anche alla Limonaia di Palazzo Pitti, dove furono trasferiti numerosi dipinti. Accanto agli esperti, migliaia di giovani arrivarono dall’Italia e dall’estero per salvare libri, manoscritti e opere d’arte. Nacque così il movimento degli Angeli del fango, simbolo di una straordinaria solidarietà internazionale. 

Le celebrazioni del sessantesimo anniversario hanno visto anche la partecipazione del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, presente a Firenze. La visita ha rinnovato il valore nazionale e internazionale di una tragedia che ha segnato profondamente la città e il Paese.