KIEV - Il conflitto in Ucraina ha superato una soglia temporale che all’inizio sembrava impensabile: con 1.569 giorni di combattimenti dall’invasione russa del febbraio 2022, la guerra ha ufficialmente oltrepassato la durata della Prima Guerra Mondiale (quattro anni e tre mesi).  

Quando il presidente russo Vladimir Putin ordinò l’ingresso delle truppe, Mosca riteneva che il Paese sarebbe caduto in pochi giorni; dopo la resistenza ucraina e il ripiegamento russo da Kiev, l’offensiva si è invece trasformata in una lunga e logorante guerra di posizione. 

Con i colloqui di pace completamente bloccati, i sondaggi indicano che circa la metà degli ucraini ritiene che il conflitto non finirà prima del prossimo anno, avvicinandosi così a un’altra soglia simbolica: i sei anni della Seconda Guerra Mondiale. Questo scenario si inserisce in un contesto in cui molti cittadini ucraini sostengono, in realtà, che la guerra sia iniziata già nel 2014 con l’occupazione russa della Crimea. 

Sebbene gli storici avvertano che i paragoni con i due conflitti mondiali abbiano limiti evidenti per scala globale, numero di fronti ed eserciti coinvolti, la guerra ucraina è già destinata a rientrare tra le più decisive della storia europea moderna per aver ridisegnato le alleanze, trasformato gli equilibri geopolitici e avviato un riarmo continentale senza precedenti da decenni. 

Il legame tra i due conflitti è profondo, come spiegato sul New York Times da Michel Goya, ex colonnello francese e storico militare: “Per molti aspetti, questa guerra in Ucraina è quella che più assomiglia alla Prima guerra mondiale”. 

Il parallelo parte dalla fase iniziale: nel 1914 la Germania cercò una vittoria fulminea puntando su Parigi, così come nel 2022 le forze russe puntarono su Kiev; in entrambi i casi gli aggressori arrivarono vicini all’obiettivo, ma furono respinti, portando alla stabilizzazione di fronti rimasti poi in gran parte immobili. “In generale, quando il fronte si congela, si torna alla Prima guerra mondiale”, osserva Goya. A imporre la necessità delle trincee e dei bunker, allora come oggi, è stata l’intensità del fuoco d’artiglieria: “Ci si seppellisce per proteggersi”. 

In Ucraina, tuttavia, questa logica è stata profondamente modificata dall’avvento massiccio dei droni, che sorvegliano costantemente il campo di battaglia e colpiscono con precisione millimetrica. Rispetto al secolo scorso, le grandi reti di trincee sono diventate troppo vulnerabili, spingendo i soldati a cercare rifugi più piccoli, profondi e isolati, difficili da individuare dall’alto. 

Il dominio dei droni ha trasformato la linea del fronte: la classica “terra di nessuno” che separava le trincee contrapposte è stata sostituita da una vasta zona contesa larga diversi chilometri. In questa “zona di uccisione” qualsiasi movimento viene intercettato e colpito immediatamente, rendendo impossibili le grandi offensive di fanteria e riducendo drasticamente l’uso dei carri armati, diventati bersagli fin troppo facili. Sebbene le tattiche siano mutate, il paesaggio e la distruzione restano identici: alberi spezzati, villaggi devastati, case in rovina e campi interamente segnati dai crateri. 

Anche se le perdite umane complessive non sono sovrapponibili (nella Prima Guerra Mondiale morirono tra i 9 e l’11 milioni di soldati su più fronti, mentre in Ucraina le vittime militari stimate si attestano finora intorno al mezzo milione) gli analisti e i funzionari Nato avvertono che i droni hanno reso il campo di battaglia ucraino letale a livelli paragonabili a quelli del 1914-1918. 

Il logoramento è talmente esasperato che alcune avanzate russe si sono rivelate persino più lente delle battaglie più bloccate del secolo scorso. Un’analisi del Center for Strategic and International Studies evidenzia, ad esempio, che l’offensiva russa su Pokrovsk è avanzata in media di circa 69 metri al giorno, un ritmo inferiore a quello registrato nella storica battaglia della Somme. 

Per rompere lo stallo, Kiev si affida oggi a una strategia che richiama in parte il modello con cui gli Alleati vinsero la Grande Guerra (combinando pressione economica e offensive continue): l’uso di droni d’attacco contro gli asset petroliferi russi punta a colpire la capacità finanziaria di Mosca, infliggendo al contempo perdite insostenibili sul campo all’esercito russo. 

La realtà tecnologica e distruttiva di questa guerra si è manifestata chiaramente anche nelle ultime ore. Durante la notte, le forze di difesa ucraine hanno affrontato un attacco massiccio, neutralizzando 195 dei 221 droni lanciati dalle forze russe.  

Secondo i dati forniti dall’Aeronautica militare ucraina, Mosca ha sferrato l’offensiva utilizzando due missili balistici Iskander-M (partiti dalla regione russa di Belgorod) e ben 221 droni d’attacco di vari modelli (Shahed, Herber, Italmas e Parodia). I velivoli sarebbero decollati dalle aree russe di Orel, Kursk, Bryansk e Primorsko-Akhtarsk, oltre che dalle basi di Chauda e Hvardiyske nella Crimea occupata. I missili balistici e 21 droni d’attacco sono riusciti a colpire 9 località, mentre i detriti dei vettori abbattuti sono precipitati in altre 8 zone. 

Parallelamente, la strategia ucraina di logoramento economico ha registrato un nuovo capitolo in territorio russo: nella stessa notte, droni di Kiev hanno colpito la raffineria Afipsky a Krasnodar, nel sud della Russia, provocando un vasto incendio poi domato. Il governatore della regione, Veniamin Kondratyev, ha riferito su Telegram che la caduta dei detriti dei droni su alcuni edifici residenziali ha causato il ferimento di tre persone. L’impianto petrolifero colpito, che nel primo anno di guerra ha lavorato circa 7 milioni di tonnellate di petrolio greggio, si conferma un obiettivo prioritario per le forze ucraine, essendo già stato ripetutamente preso di mira nel corso del conflitto.