BRUXELLES – La spinta dell’Ucraina per entrare nell’Unione Europea si scontra con la dura realtà dei veti incrociati e delle regole burocratiche. Nonostante gli auspici del presidente Volodymyr Zelensky e i passi avanti attesi per giugno, con l’apertura dei primi capitoli negoziali, il percorso di adesione di Kiev è tutt’altro che in discesa.
Il dibattito all’interno delle istituzioni comunitarie è aperto, ma diversi Paesi frenano sull’ipotesi di concedere una corsia preferenziale all’Ucraina (e alla Moldova), nel timore che questa accelerazione possa penalizzare i Paesi dei Balcani occidentali, in lista d’attesa da decenni.
Austria e Grecia guidano il fronte degli Stati membri che chiedono di non trascurare la regione balcanica. “Le stesse regole e condizioni devono valere per tutti i candidati”, avverte la ministra austriaca per gli Affari europei, Claudia Bauer, criticando l’idea che alcuni Paesi possano godere di un trattamento di favore mentre altri lavorano da generazioni per allinearsi agli standard europei.
Fonti diplomatiche greche ricordano che la prospettiva europea dei Balcani occidentali è stata chiaramente sancita fin dall’Agenda di Salonicco del 2003. Da allora, però, solo la Slovenia (2004) e la Croazia (2013) hanno tagliato il traguardo.
Dello stesso avviso è il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, il quale, pur dichiarandosi favorevole all’ingresso dell’Ucraina, ricorda che nei Balcani ci sono nazioni “praticamente pronte a entrare ed è giusto dare priorità a loro”.
Al momento, la mappa delle candidature balcaniche è frammentata. Il Montenegro e l’Albania sono i più vicini all’obiettivo: Podgorica è considerata la prossima in linea, mentre Tirana ha superato una tappa fondamentale lo scorso 26 maggio, spingendo il premier Edi Rama ad auspicare l’ingresso entro il decennio.
La Macedonia del Nord resta invece bloccata dal 2005, prima per il veto della Grecia, poi risolto con il cambio di nome, e ora da una disputa identitaria con la Bulgaria.
Discorso diverso per la Serbia, candidata dal 2005, che sconta una recente regressione democratica che ha spinto l’Ue a valutare il congelamento dei fondi europei. Infine, la Bosnia-Erzegovina e il Kosovo non hanno ancora ottenuto lo status di candidati formali e sono già stati sorpassati dall’Ucraina, che ha ottenuto tale status nel 2022.
Unico segnale di distensione è arrivato dall’Ungheria: il neopremier Péter Magyar, a Bruxelles per una serie di incontri, ha aperto uno spiraglio all’adesione ucraina, a patto che Kiev garantisca il pieno rispetto dei diritti della minoranza etnica ungherese.
Al di là delle tensioni geopolitiche, l’ingresso nell’Ue (a cui aspira anche l’Islanda dopo aver interrotto i negoziati in passato) segue una procedura rigidissima regolata dai Trattati comunitari. Ogni Stato europeo che rispetti i valori democratici può fare domanda, ma l’avvio formale del processo richiede il voto favorevole e all’unanimità dei Ventisette, senza alcun veto.
Una volta superata la prima barriera politica, il Paese candidato deve dimostrare di soddisfare i Criteri di Copenaghen stabiliti nel 1993, che si articolano su tre fronti. Sul piano politico, è richiesta la stabilità istituzionale, la democrazia, lo Stato di diritto e la tutela dei diritti umani e delle minoranze. Su quello economico, occorre un’economia di mercato funzionante che sia in grado di reggere la pressione concorrenziale interna all’Ue. Infine, dal punto di vista normativo, è necessaria la capacità amministrativa di recepire e applicare l’acquis comunitario, ovvero l’insieme delle leggi e degli obblighi che vincolano gli Stati membri.
Solo dopo la certificazione della Commissione si aprono i veri e propri negoziati, divisi in complessi capitoli tematici. Ciascun capitolo può essere aperto o chiuso solo con il consenso unanime dei Ventisette. L’intero processo resta comunque subordinato alla “capacità di assorbimento” dell’Unione, ossia alla possibilità di accogliere nuovi Stati senza paralizzare i propri meccanismi decisionali.
Al termine dei negoziati viene redatto un Trattato di adesione che deve essere approvato dal Parlamento europeo, adottato all’unanimità dal Consiglio e, infine, ratificato da ciascun Paese membro secondo le proprie procedure costituzionali (parlamentari o referendarie).
I partner dei Balcani occidentali seguono un percorso specifico e strutturato, denominato Processo di stabilizzazione e associazione (Psa), pensato appositamente per territori segnati da guerre e transizioni istituzionali fragili, con i progressi monitorati da report annuali pubblicati ogni autunno dalla Commissione.
Trattandosi di un iter che richiede normalmente molti anni, la condizione eccezionale dell’Ucraina (Paese sotto aggressione militare) sta spingendo alcuni leader europei a ipotizzare formule alternative. Tra le proposte sul tavolo di Bruxelles si valuta la possibilità di “un’adesione light” o, sul modello tedesco, la concessione dello status di “membro associato”, soluzioni di compromesso che permetterebbero a Kiev di stringere i tempi e integrarsi progressivamente nei mercati e nelle tutele europee prima della formale chiusura di tutti i capitoli di spesa.