BRUXELLES - L’adozione del nuovo pacchetto di sanzioni dell’Unione Europea contro la Russia, nella fase post-Orbán, si sta rivelando un percorso ben più impervio del previsto. Se fino ad aprile il 20esimo pacchetto era rimasto congelato dal veto di Budapest, che aveva impedito il raggiungimento dell’unanimità, l’uscita di scena di Viktor Orbán dai consessi europei ha finito per scoperchiare gli interessi nazionali che ora rallentano l’approvazione della 21esima stangata.
Gli ambasciatori dei 27 Stati membri si riuniscono nuovamente oggi, dopo decine di incontri, nel tentativo di limare un testo che ha già visto sfumare diversi capitoli sotto la pressione dei veti incrociati. Secondo quanto si apprende da fonti vicine alle trattative, dal documento sarebbero infatti già caduti sia il divieto di importazione del merluzzo russo, sia il blocco dell’ingresso nell’Ue per gli ex combattenti di Mosca.
Sul tavolo delle trattative restano invece le ferme obiezioni della Grecia, contraria al divieto imposto alle aziende europee di esportare gas naturale liquefatto (GNL) russo verso Paesi terzi. Atene, che gestisce la più grande flotta mercantile del mondo, è fortemente preoccupata per le ripercussioni su una compagnia nazionale che opera navi cisterna rompighiaccio dedicate proprio al trasporto del GNL di Mosca.
La tesi greca è che precludere questo mercato agli operatori europei finirebbe soltanto per spianare la strada ai competitor cinesi e asiatici, con un danno diretto per il settore dell’Unione. Questa linea, mantenuta con fermezza da settimane, potrebbe portare a un ulteriore slittamento e a una formale valutazione dell’impatto economico della misura.
Sulle tempistiche dell’intesa pesa anche la scadenza per la revisione dell’oil price cap sul greggio russo, fissato a 44,10 dollari al barile e già slittato a domani. In caso di un’altra fumata nera tra i diplomatici nella giornata odierna, appare probabile un nuovo rinvio della decisione sul tetto al prezzo del petrolio. Con la partita ancora del tutto aperta e la necessità di negoziare nuovi compromessi, il price cap rischia così di trasformarsi nell’ennesimo nodo irrisolto sul tavolo dei 27.