L’approvazione da parte della Camera dei Deputati dell’emendamento che modifica l’assetto della Circoscrizione Estero continua ad alimentare il dibattito sulla rappresentanza degli italiani residenti oltre confine. La riforma, che riduce da quattro a due le ripartizioni per la Camera dei Deputati e istituisce un collegio unico mondiale per il Senato, è stata duramente contestata dagli esponenti del Partito Democratico eletti all’estero. Il deputato Nicola Carè ha parlato di una “manomissione della rappresentanza democratica” e di un possibile profilo di incompatibilità costituzionale, mentre il senatore Francesco Giacobbe ha accusato la maggioranza di aver scelto di comprimere la rappresentanza delle comunità italiane di Asia, Africa, Oceania e Antartide.

Dello stesso avviso anche il senatore Andrea Crisanti, secondo il quale il Parlamento avrebbe dovuto intervenire prioritariamente sulla sicurezza del voto anziché sul ridisegno delle circoscrizioni, con il rischio di rendere ancora più difficile il rapporto tra parlamentari e comunità di riferimento.

Accanto alle valutazioni della politica, però, arrivano anche le riflessioni di chi quotidianamente opera sul territorio attraverso i Comites, gli organismi di rappresentanza delle collettività italiane all’estero, che pur condividendo alcune preoccupazioni invitano ad affrontare il tema con uno sguardo più ampio.

Per Andrea Lazzari, presidente del Comites di Madrid, il dibattito non può prescindere dalla natura stessa dell’emigrazione italiana. “Chi non ha mai vissuto l’esperienza dell’emigrazione difficilmente può comprenderne fino in fondo le complessità. Vivere all’estero non significa semplicemente cambiare indirizzo: significa confrontarsi con sistemi amministrativi diversi, con il riconoscimento dei propri diritti, con la lingua, con la burocrazia consolare, con l’identità culturale e spesso con il desiderio di mantenere un legame con il Paese d’origine”. È proprio questa specificità, osserva Lazzari, a rendere fondamentale una rappresentanza realmente radicata nei territori. “Se davvero un parlamentare dovesse rappresentare milioni di italiani distribuiti su interi continenti, la domanda è: quanto può essere concreta quella rappresentanza? Una circoscrizione che comprende decine di Paesi, con realtà economiche, sociali e normative completamente diverse, rende inevitabilmente difficile conoscere le esigenze dei singoli territori”.

Il presidente del Comites di Madrid individua quindi nei Comites uno strumento che potrebbe contribuire a colmare questa distanza, pur evidenziandone gli attuali limiti. “In teoria sono gli organismi più vicini alle comunità italiane all’estero, ma ritengo che abbiano competenze limitate e risorse insufficienti. Se si vuole davvero rafforzare la rappresentanza, una strada potrebbe essere quella di attribuire loro maggiori poteri consultivi, maggiore autonomia e un collegamento istituzionale più forte con Parlamento e Governo. La vicinanza al territorio è difficile da sostituire”.

La riflessione di Lazzari si allarga poi al rapporto tra l’Italia e i suoi cittadini residenti all’estero, mettendo in luce quella che considera una contraddizione ormai consolidata. “Da un lato si celebrano gli italiani nel mondo come una risorsa culturale, economica e diplomatica; dall’altro, quando si tratta di investire risorse nella loro rappresentanza o nei servizi consolari, emerge il dubbio su quanto sia prioritario farlo”. Per questo, conclude, “forse la domanda non è tanto ‘A chi interessano veramente gli italiani all’estero?’, quanto ‘Quale tipo di rapporto vuole avere l’Italia con quasi sette milioni di suoi cittadini?’. Se sono considerati una risorsa strategica, allora la rappresentanza e i servizi dovrebbero essere coerenti con questa definizione” e, soprattutto, “una riforma dovrebbe avvicinare i cittadini alle istituzioni, non dare l’impressione che la loro voce diventi più distante”.

Una lettura in parte diversa arriva invece da Cesare Giulio Ardito, presidente del Comites di Manchester, che pur riconoscendo come la riforma possa penalizzare alcune aree geografiche invita a non fermarsi all’ultimo intervento legislativo, individuando il problema principale in una scelta precedente. “Questo è un danno a valle di un danno ben più pesante: il taglio dei parlamentari”, afferma, ricordando come la riduzione del numero degli eletti abbia già reso particolarmente sfavorevole il rapporto tra rappresentanti ed elettori nella Circoscrizione Estero.

Secondo Ardito, il legislatore si trova oggi davanti a un equilibrio molto difficile. “Con il numero attuale di parlamentari o si tutela di più il pluralismo o si tutela di più la rappresentanza territoriale, difficilmente si tutelano entrambe”. A suo giudizio, la riforma cerca di affrontare il primo aspetto ampliando le circoscrizioni e rendendo possibile una distribuzione più proporzionale dei seggi, ma inevitabilmente sacrifica il secondo. “La coperta è corta”, osserva, spiegando che con una sola ripartizione al Senato e due alla Camera “territori enormi potrebbero non riuscire più a eleggere alcun rappresentante legato alla propria area geografica, perché semplicemente sono di meno di quelli dell’altro territorio e quindi raccolgono meno preferenze”.

Proprio il sistema delle preferenze, aggiunge, rende decisivo il peso numerico delle diverse comunità, con il rischio concreto che “America del Nord, Africa, Asia e Oceania principalmente, ma non solo, non riescano più a eleggere nessuno”. Ardito sottolinea, inoltre, come sia difficile separare il dibattito istituzionale da quello politico, ricordando che una simulazione effettuata sui risultati delle elezioni del 2022 mostra come il principale partito penalizzato dal nuovo assetto sarebbe il Partito Democratico, elemento che inevitabilmente condiziona il confronto.

Tuttavia, insiste sul fatto che il nodo fondamentale resti un altro. “Il vero punto è che i parlamentari eletti all’estero sono troppo pochi. Servirebbe il coraggio politico di tornare sulla scelta del taglio, riconoscere che è stato un errore, almeno limitatamente a quanto riguarda gli italiani all’estero, e riconoscere che la ‘ventunesima regione d’Italia’ non è una regione: sono tante regioni distribuite su più continenti che hanno bisogno e diritto a una rappresentanza adeguata”.

Il presidente del Comites di Manchester osserva, infine, che l’Europa sarà la ripartizione meno penalizzata dal nuovo assetto grazie al numero degli iscritti all’AIRE e al mantenimento di una propria circoscrizione per la Camera dei Deputati, mentre le conseguenze più pesanti rischiano di ricadere proprio sulle comunità extraeuropee.