Crescere tra due culture significa imparare fin da piccoli a muoversi tra due modi diversi di vedere il mondo. Da una parte il Paese in cui si nasce, si studia e si costruiscono le proprie esperienze; dall’altra quello raccontato dai genitori, custodito nella lingua parlata in casa, nelle tradizioni di famiglia e in quel senso di appartenenza che attraversa diverse generazioni. Un equilibrio che chi non ha vissuto l’esperienza dell’emigrazione spesso fatica a comprendere.

La storia di Aris Imbardelli nasce proprio da questo incontro di culture. Nato a Melbourne, il 1 settembre del ‘56, è figlio di un padre originario di Rende, in provincia di Cosenza, e di una madre con radici triestine. Cresce in una famiglia dove l’italiano è la lingua della quotidianità e dove mantenere vivi i rapporti con parenti e amici rimasti in Italia rappresenta un valore assolutamente irrinunciabile. “Papà insisteva perché mantenessimo i contatti con tutti gli zii e i cugini, anche quelli più lontani”, racconta.

L’infanzia trascorre tra Malvern, Salisbury e Ivanhoe. Le giornate scorrono tra i banchi di scuola, gli amici e quei club italiani che, negli anni dell’emigrazione, rappresentano il punto d’incontro di una comunità che cerca di ricreare, dall’altra parte del mondo, un pezzo della propria terra.

A rafforzare quel legame contribuisce anche lo zio Rolando Di Bari, figura molto conosciuta nella collettività italiana e tra gli ideatori del Festival della Canzone Italiana di Melbourne. Un esempio che, senza imposizioni, gli trasmette il valore dell’impegno verso la comunità.

La sua vita professionale, però, prende inizialmente un’altra direzione. Dopo gli studi alberghieri entra nel RACV Club, una delle realtà più importanti del settore dell’ospitalità australiana. Comincia dai ruoli operativi e, nel corso di trent’anni, costruisce una carriera che lo porterà a ricoprire l’incarico di General Manager della divisione Club e Resort. Un percorso fatto di responsabilità crescenti, durante il quale incontra anche l’amore della sua vita.

È solo dopo aver concluso questa lunga esperienza lavorativa che decide di dedicarsi ancora più intensamente alla comunità italiana. Una scelta maturata non per senso del dovere, ma per “convinzione personale”.

“Mi dà tanta gioia contribuire – spiega –. Sento un senso di appartenenza. Mi piace mantenere viva la storia della nostra famiglia e della nostra italianità. Tanti conoscono il Belpaese solo attraverso stereotipi, mentre credo sia importante trasmetterne la storia e la cultura”.

Negli anni mette questa convinzione al servizio di numerose associazioni. È tesoriere del Casa D'Abruzzo Club, contribuisce alla nascita del gruppo giovanile del sodalizio, partecipa alle attività dell'Associazione Nazionale Carabinieri e ricopre, per quattro anni, il ruolo di tesoriere del Com.It.Es. Da pochi mesi è entrato anche nel consiglio amministrativo del Co.As.It., realtà che conosce bene perché da tempo vi presta servizio come volontario.

È proprio il volontariato, però, a raccontare meglio di qualsiasi incarico il suo modo di vivere la comunità.

Ogni settimana visita gli anziani assistiti e trascorre con loro un’ora tra un caffè e una piccola chiacchiera. All’inizio, ammette, era un po’ esitante. Poi scopre un mondo che non avrebbe mai immaginato. “Quando ti siedi in cucina con loro, capisci che hanno una biblioteca di informazioni, di cultura e di esperienze. Non è un’ora persa a giocare a carte: ogni volta esco e ho imparato qualcosa di nuovo”.

Lo stesso spirito lo accompagna anche nella quotidianità. È socio di numerosi sodalizi italiani di Melbourne e il giovedì mattina si unisce alle volontarie del Veneto Club per preparare dei deliziosi crostoli fragranti. Un piccolo gesto che racconta quanto, per Aris, la comunità si costruisca soprattutto attraverso il tempo condiviso.

Alla domanda su che cosa significhi essere italo-australiano, Imbardelli risponde ricorrendo a un’immagine insolita. “È come avere due chip nel cervello. Bisogna imparare a passare dall’uno all’altro”. Due identità che, precisa, non sono in contrasto, ma semplicemente diverse. Da una parte c’è l’Australia, alla quale lo lega anche la passione di una vita per l’Australian Rules Football; dall’altra l’Italia degli affetti, della vicinanza umana e del buon cibo.

Una doppia appartenenza che non ha mai vissuto come una scelta tra due mondi, ma come la possibilità di custodire entrambi.

“Essere italiano è avere una particolare gioia di vivere, un modo di curare gli affetti che va oltre le relazioni convenzionali. Non è una vita isolata, bloccata nel passato, ma piuttosto un qualcosa in continua evoluzione”.