L’avevamo pensato, e raccontato, già nel primo governo Albanese, quando il primo ministro aveva puntato forte, se non quasi tutto, sul referendum per la Voce. Sembrava, in quella fase, che l’intero capitale politico del leader laburista fosse stato messo pericolosamente in gioco ma l’esito negativo della chiamata referendaria, pur avendo certamente segnato quella fase politica per Albanese, non l’ha danneggiato al punto che, alla successiva tornata elettorale, ha riconquistato, e anche con grande successo, un secondo mandato.
Insomma, a distanza di poco più di un anno dall’inizio della seconda legislatura da inquilino della Lodge, ennesimo passaggio in cui il governo decide di giocarsi tutto in un’unica mossa.
Anthony Albanese l’ha fatto questa settimana, facendo approvare in Parlamento la più vasta riforma fiscale che l’Australia abbia conosciuto da una generazione. Resta ora da capire, e il tempo darà una risposta, se sia stata una mossa da statista o una scelta audace che il primo ministro pagherà caro.
Il pacchetto voluto da Albanese e dal tesoriere Jim Chalmers tocca i nervi più sensibili della società australiana: il negative gearing, lo sconto sulle plusvalenze immobiliari, e quel rapporto quasi sacrale che lega ogni famiglia al valore della propria abitazione. Il punto critico è che questa riforma non si può inserire meramente nella casella di un’iniziativa di natura tecnica poiché è andata a toccare il patto sociale su cui si è fondata l’Australia del dopoguerra, quando possedere una casa significava sicurezza, identità, futuro per i figli.
Chalmers sostiene che il sistema fosse “rotto” e che fosse necessario riequilibrarlo a favore dei più giovani, esclusi da un mercato fuori controllo. Il Tesoriere ha ragione su un punto innegabile: in poco più di quarant’anni, il tempo necessario a un lavoratore medio per accumulare un deposito del 20% su una casa è passato da poco più di tre anni a undici. Se la traiettoria continuasse in questo modo, entro il 2050 servirebbero quasi un quarto di secolo di risparmi per comprare una casa. È un dato che dovrebbe far riflettere chiunque, a prescindere dalla bandiera politica o dalla impostazione ideologica.
Ma avere ragione sulla parte diagnostica non significa automaticamente avere ragione sulla cura e sulla terapia. E qui potrebbero cominciare i problemi del governo. La storia economica australiana ha già visto un tesoriere laburista colpire il negative gearing: fu Paul Keating, nel 1985. Il risultato, allora, fu un’impennata degli affitti a Sydney e Perth, un dato controverso che, comunque, fu tale da costringere Canberra a fare marcia indietro dopo appena due anni. Chalmers ha scritto un’intera tesi di dottorato sulla leadership di Keating. Ironia della sorte, pur dovendo ovviamente tenere in considerazione la differente manovra di Keating e, in generale, il contesto sociale ed economico diverso, Chalmers sembra deciso a ripetere certi errori.
Al netto dei primi segnali e delle prime notizie di investitori che decidono di spostare il proprio obiettivo verso altre opportunità finanziarie uscendo dall’immobiliare, sembra chiaro che ci si trovi di fronte a un’offerta che si teme possa essere prosciugata sempre di più. Tutto questo, come detto, a parte i tecnicismi e i dettagli, certamente importanti nella loro elaborazione e negli sviluppi futuri, afferisce però, più in generale, e come tema politico, all’aspetto della credibilità di chi governa.
La fiducia, una volta persa, non si può chiedere in prestito a nessuna banca centrale. Albanese, dal canto suo, continua a scommettere su un aspetto molto semplice: il tempo, d’altronde, come detto in premessa, ha già avuto ragione dopo il referendum perso. Chalmers, tra l’altro, l’ha detto quasi senza pudore la scorsa settimana, prevedendo che la rabbia degli australiani per promesse elettorali smentite - niente tasse sulla casa, aveva garantito Albanese prima del voto – “con il tempo” si dissolverà, perché “conta la sostanza”. È un commento che suona cinico ma non del tutto irrazionale, e di cui, abbiamo visto, per Albanese e Chalmers ci sono precedenti non troppo lontani nel tempo: con le elezioni previste per il 2028, il governo ha due anni per sperare che l’economia somministri una forte dose di anestetico sufficiente a far digerire la mancata promessa. Il punto è che una cosa è il referendum sulla Voce, raccontato male, presentato peggio e ritenuto, di conseguenza, di scarso interesse, un’altra cosa è l’unico bene che gli australiani hanno sempre considerato intoccabile, ovvero la casa, in quel caso, forse, la memoria potrebbe essere ben più solida di quanto Albanese e Chalmers possano prevedere.
In questo scenario già complicato, ci si aspetterebbe un’opposizione che dovrebbe essere all’attacco, determinata a sottolineare a piè sospinto ogni passaggio a vuoto del governo. Ma, invece, ancora non appare così determinata, o perlomeno non sembra esserlo abbastanza. Angus Taylor, alla guida della Coalizione, paga il prezzo di un avvio di leadership incerto: i sondaggi parlano di numeri ai minimi storici, mentre One Nation, non gli più soffia sul collo ma addirittura lo supera.
Taylor è apparso esitante quando Pauline Hanson ha invocato, nel suo intervento al Press Club una società “monoculturale”, incapace per giorni di rispondere con chiarezza su un tema identitario che agita partiti e coalizioni conservatori di centrodestra praticamente in tutti i Paesi occidentali. Taylor ha provato con un colpo di reni a dimostrarsi deciso, definendo “non all’altezza di governare” il partito di Hanson, ma anche qui, la tempistica e l’approccio poco determinato di Taylor stanno avendo un costo politico che, almeno fino ad oggi, si misura negativamente nei sondaggi.
Quello che emerge da Canberra, insomma, è un Paese a tre velocità: un governo che ha vinto la battaglia parlamentare ma rischia di perdere quella della fiducia popolare e degli investimenti; un’opposizione che ha argomenti solidi, dalla denuncia delle promesse tradite alla difesa del risparmio delle famiglie, ma fatica a trasformarli in un racconto credibile; e un terzo polo, quello di Hanson, che cresce raccogliendo il malessere e il malcontento di chi non si sente rappresentato né da chi governa né, sempre più spesso, dai partiti tradizionali.
Per concludere, e anche in riferimento alla nostra comunità, il tema immobiliare - la casa di famiglia, l’investimento nella proprietà come l’unica vera pensione che possa garantire un futuro dignitoso - quanto sta accadendo non è una mera disputa ideologica e accademica tra economisti e politici. È una questione che riguarda direttamente risparmi, famiglie e il futuro dei figli e nipoti. Il governo insiste nel parlare di un modo per riequilibrare un sistema ingiusto; l’opposizione dice, più o meno efficacemente, di voler difendere chi ha lavorato una vita per costruirsi un patrimonio. Fra due anni saranno gli elettori a decidere a chi credere, sempre che, naturalmente, qualcuno offra loro un’alternativa in cui credere davvero.