Cosa rimane, quando le persone che abbiamo amato e che, in fondo, ci hanno insegnato a stare al mondo, non ci sono più? Cosa resta di una casa piena di vita, dove i bambini corrono da una stanza all’altra, le voci si sovrappongono allegre e la tavola sembra sempre avere un posto in più? C’è una quotidianità che, mentre la viviamo, sembra destinata a durare per sempre. Poi, un giorno, il silenzio prende il posto di quel brusio. E proprio nel silenzio ci si accorge di quanto fosse prezioso tutto ciò che si credeva ordinario.

Quando Nella Peel perde la madre, tre anni fa, quel mondo si incrina all’improvviso. La donna che era stata il perno della famiglia, il punto di riferimento di otto figli, non c’è più. La casa cambia voce. Le stanze sembrano più grandi, le giornate più lente. E, soprattutto, arrivano i ricordi. Uno dopo l’altro, con una forza inattesa, quasi travolgente.

“Quando mamma è morta, tutto è diventato improvvisamente molto silenzioso – racconta –. Poi hanno iniziato ad affiorare tutti questi ricordi, come se qualcuno avesse aperto una diga”.

È da quel vuoto che nasce The Golden Olive Tree, un memoir intenso e profondamente umano che non racconta soltanto una storia familiare, ma prova a dare un senso all’assenza. Perché, in fondo, il dolore non riguarda solo chi se ne va. Riguarda anche tutto ciò che rimane.

Il libro parte da un assunto implicito: credere che l’amore non muoia mai. Che continui a vivere nei ricordi di chi resta, nei racconti che tramandano una quotidianità fatta di gesti semplici, di tavole apparecchiate, di risate condivise, di una felicità domestica che troppo spesso si dà per scontata. La perdita che Nella sperimenta non è soltanto emotiva: è fisica. Si aggrappa ostinatamente agli oggetti rimasti in casa, alla sedia vuota, al grembiule appeso in cucina, al telefono che non squillerà più con quella voce tanto familiare.

“La casa sembrava diversa senza di lei. Più silenziosa. Più fredda. Come se persino i muri stessero vivendo il lutto. La sua assenza non era solo emotiva: era fisica”, scrive.

Nata a Platania, in Calabria, e arrivata in Australia all’età di due anni insieme alla sua famiglia, Nella Peel è cresciuta come l’ultima di otto figli in una casa immersa nelle proprie radici italiane. 

“Era una casa rumorosa, piena di vita. Bellissima. Mi manca terribilmente – racconta –. La domenica mattina mamma metteva la musica italiana e ci preparavamo per andare a messa. Il Natale poi era qualcosa di straordinario. Ma, a dire il vero, era bello tutto l’anno”.

Nel libro quei ricordi non assumono mai il tono della semplice nostalgia. Diventano tasselli di un’identità costruita fra due mondi. Da una parte l’Australia, con il vicinato dai costumi un po’ particolari; dall’altra l’Italia custodita dentro le mura domestiche, nelle parole e nei gesti tramandati con naturalezza.

“Crescendo sapevo che eravamo diversi. Non migliori, non peggiori. Solo diversi.[…] Era un dono”.

È proprio questa doppia appartenenza a dare al memoir una dimensione universale. Perché le pagine di The Golden Olive Tree parlano certamente agli italiani emigrati e ai loro figli, ma riescono a raggiungere chiunque abbia cercato un posto da chiamare casa o abbia provato a ricomporre il mosaico delle proprie origini.

Al centro del racconto, però, c’è soprattutto la madre. Una figura che nel libro viene celebrata attraverso la straordinaria normalità dei suoi gesti. Mani sempre in movimento, capaci di impastare, cucinare, consolare, tenere insieme una famiglia numerosa senza mai chiedere nulla in cambio. Le mani di una donna che, per Nella, erano “il centro del mondo”. 

“Mamma era la mia ancora – spiega Peel –. Era una donna incredibilmente forte. Fino all’ultimo momento della sua vita ha continuato a preoccuparsi per noi”.

Solo con il tempo, confessa, ha compreso davvero il significato di quell’amore incondizionato. “Guardami e impara”, le diceva mentre preparava la pasta fresca. Ed è forse proprio questa la lezione più importante: che l’identità non si trasmette soltanto con le parole, ma attraverso i gesti quotidiani, quelli che finiscono per vivere dentro di noi anche quando chi li compie non c’è più.

E se la madre rappresenta il cuore pulsante della famiglia, il padre incarna invece le radici. Un uomo riservato, severo, poco incline a manifestare i propri sentimenti, ma capace di trasmettere ai figli una forza silenziosa. Una consapevolezza che l’autrice matura lentamente, fino a trasformarsi in uno dei simboli più potenti del libro: l’olivo.

Non è un caso che il memoir porti proprio questo titolo, come l’albero piantato dai genitori che resiste alla siccità, alle intemperie e al tempo. Proprio come la memoria stessa, una trama di ricordi destinata a sopravvivere all’assenza delle persone che amiamo. 

Scrivere il libro, però, non è stato semplice. “Mettere tutto nero su bianco è stato profondamente difficile e catartico”, ammette mentre descrive un dolore che non scompare, ma cambia forma.

Per questo The Golden Olive Tree supera i confini della comunità italo-australiana. È un libro che parla a chiunque abbia perso una persona amata, a chi si sia interrogato sul proprio posto nel mondo, a chi abbia compreso troppo tardi il valore dei gesti più semplici. Perché le radici non appartengono soltanto a un luogo geografico: abitano la memoria, i profumi, le parole che continuano a risuonare dentro di noi anche quando il tempo sembra aver portato via tutto il resto.

“Penso che ciò che i miei genitori ci abbiano davvero lasciato in eredità sia stato un preziosissimo  bagaglio di ricordi che continueranno a vivere dentro di noi”.