Ricordava con straordinaria lucidità i vaporetti triestini sui quali aveva viaggiato da ragazzo, “in tutte le stagioni, con il mare calmo o in burrasca, in tempi di pace e in tempi di guerra”.
Mino Favretto, nato a Umago nel 1929, ha attraversato quasi un secolo di storia senza mai perdere la curiosità, l’energia e la voglia di raccontare. Si è spento serenamente lo scorso 14 giugno, a pochi mesi dal suo 97esimo compleanno.
Con la sua scomparsa, la comunità giuliano-dalmata e quella italiana di Melbourne hanno perso un uomo straordinario.
Favretto ha conservato, fino agli ultimi giorni della sua ricchissima esistenza, una memoria straordinaria.
Ricordava ancora con precisione il suo passato in Istria, così come gli anni difficili del Secondo conflitto mondiale e i bombardamenti che colpirono Trieste mentre lavorava in un cantiere navale.
Nel 1955 ha lasciato la sua terra per raggiungere a Melbourne la fidanzata Ilaria, emigrata pochi mesi prima con la sua famiglia.
La loro, una storia d’amore lunga tutta una vita, dalla quale sono nati cinque figli: Robert, Franco, Gabriella, Sandra e David, circondati negli anni dall’affetto di numerosi nipoti.
Come molti migranti italiani della sua generazione, Mino ha affrontato con determinazione le difficoltà dell’integrazione. Ha lavorato in diversi settori, ha contribuito alla realizzazione dell’insegna del Sydney Myer Music Bowl e ha trovato poi stabilità alla Kodak di Coburg, dove vi è rimasto per oltre vent’anni.
Parallelamente ha coltivato la passione per la scrittura, diventando corrispondente australiano del periodico Umago Viva e del quindicinale Voce Giuliana, mantenendo sempre vivo il legame con la sua terra d’origine.
Fino alla fine ha conservato la sua profonda curiosità e il legame indissolubile con la sua famiglia.
“Papà è rimasto lucido fino agli ultimi anni della sua vita – ha ricordato sua figlia Gabriella Favretto –. Ha cantato fino a una settimana prima della sua scomparsa. Amava profondamente la sua famiglia e aspettava con gioia ogni visita. Gli piaceva guardare vecchi film insieme a nostra madre e a chiunque fosse con lui. Ogni sera, prima di addormentarsi, lui e mamma si tenevano per mano”.
La musica, il canto e la convivialità lo hanno da sempre accompagnato. “Se c’era una festa, lui voleva esserci! – ha aggiunto Gabriella –. Per lui, si trattava di un’altra occasione per cantare e gustare del buon cibo”.
Chi lo ha conosciuto, lo ricorda anche mentre canticchiava Viva la bora che vien e che va, fiero delle proprie radici istriane, ma al contempo riconoscente verso il Paese che aveva accolto lui e la sua famiglia.
Negli ultimi anni ha continuato a dedicarsi alla scrittura, al giardinaggio e ai lavori di casa, mantenendo un’energia che stupiva tutti.
La sua mente è rimasta limpida fino alla fine, come ha raccontato anche suo figlio Robert Favretto che ricorda il padre come “un uomo profondamente in pace con il proprio cammino”.
“Ripensava ai tanti momenti della sua vita con immensa gratitudine – ha condiviso Robert –. Ha affrontato con serenità anche gli aspetti pratici del suo funerale, non con tristezza, ma come un ultimo gesto d’amore verso la sua famiglia, affinché nessuno dovesse stringere un peso in più. Era orgoglioso dell’eredità di amore, resilienza e dedizione al lavoro che ha lasciato ai suoi figli e ai suoi nipoti”.
“Ha davvero conservato la sua serenità e la sua riconoscenza verso la vita fino alla fine”, ha aggiunto la famiglia con un sorriso.
L’esempio di Mino Favretto continuerà a vivere nel ricordo di quanti lo hanno conosciuto: un uomo semplice e laborioso che ha affrontato ogni sfida con coraggio, ha amato profondamente la propria famiglia e ha saputo costruire, lontano dalla sua terra natale, una vita ricca di affetti e valori destinati a durare nel tempo.