ROMA - Per oltre un secolo i rapporti tra Stati Uniti e Venezuela hanno oscillato tra collaborazione strategica e scontro frontale. Da partner privilegiato nel mercato del petrolio a simbolo della sfida all’egemonia statunitense in America Latina, il rapporto tra Caracas e Washington ha attraversato tutte le fasi possibili: alleanza, diffidenza, rottura, tentativi di disgelo e nuovo irrigidimento. 

La storia, iniziata felicemente e poi divenuta funesta, tra Stati Uniti e Venezuela precede l’era del petrolio.

Già alla fine dell’Ottocento, Washington fece valere la sua nascente influenza: intervenne nella disputa di confine tra il Venezuela e l’allora Guyana britannica, invocando la Dottrina Monroe per contrastare le ingerenze europee. La risoluzione di quella controversia, spinta da un arbitrato voluto dagli Usa, segnò di fatto l’ascesa di Washington come potenza egemone nell’emisfero. 

Il legame divenne strutturale con l’arrivo dell’oro nero. Dall’inizio del XX secolo, le compagnie statunitensi iniziarono a investire massicciamente nei ricchi giacimenti venezuelani e, già negli anni Venti, gli Usa si affermarono come il principale mercato di sbocco per il greggio di Caracas. Per decenni, la relazione si fondò su uno scambio relativamente semplice: il Venezuela offriva forniture energetiche stabili, ricevendo in cambio sicurezza politica e sostegno diplomatico dagli Stati Uniti. 

Dopo la fine della dittatura di Marcos Pérez Jiménez, nel 1958, il sistema democratico venezuelano del Pacto de Punto Fijo (Patto di Punto Fisso, un accordo di governbilità tra i tre principali partiti) si presenta agli occhi di Washington come un alleato moderato e affidabile nel contesto della Guerra fredda.

Negli anni Sessanta e Settanta, mentre gli Stati Uniti guardavano con preoccupazione alla rivoluzione cubana e ai movimenti armati in America Latina, il Venezuela si ritagliò un ruolo complesso: era una democrazia costituzionale, ma si presentava anche come un Paese del Sud globale che rivendicava maggiore autonomia. Con la cosiddetta Dottrina Betancourt, Caracas ruppe con le dittature del continente, ma mantenne saldo il canale privilegiato con Washington. 

La nazionalizzazione dell’industria petrolifera negli anni Settanta e la creazione della compagnia petrolifera statale venezuelana non interrompono il flusso di affari. Il petrolio, infatti, continuò a scorrere verso le raffinerie statunitensi, mentre il Venezuela entrò a far parte dell’Opec (Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio), diventando uno dei principali produttori del mondo.  

La crisi del debito e il “Caracazo” del 1989 aprirono, però, una fase di instabilità interna che eroderà progressivamente la fiducia nel sistema politico tradizionale. Il punto di svolta arriva nel 1998 con l’elezione di Hugo Chávez. L’ex militare golpista propone la “rivoluzione bolivariana” e una politica estera apertamente critica verso Washington, allineandosi a Cuba e promuovendo un’alleanza di Paesi latinoamericani ed extra-regionali (Russia, Iran, Cina) per controbilanciare l’influenza statunitense. L’episodio simbolico della rottura è il tentato golpe del 2002 contro Chávez, che il governo venezuelano attribuisce, almeno in parte, alla complicità degli Stati Uniti. Da allora la retorica antistatunitense diventerà un elemento centrale del discorso chavista. 

Paradossalmente, nonostante lo scontro politico, per molti anni il petrolio venezuelano ha continuato a fluire verso gli Usa per molti anni. Questo legame economico era cementato dal fatto che la compagnia petrolifera statale venezuelana (Pdvsa) possiede tuttora sul suolo statunitense asset strategici, come la raffineria e distributrice Citgo. Il greggio di Caracas, per la sua composizione, è rimasto a lungo cruciale per il mix energetico statunitense. 

Alla morte di Hugo Chávez, nel 2013, Nicolás Maduro ha ereditato un Paese già afflitto da profonde fragilità economiche. Il successivo crollo del prezzo del petrolio, l’iperinflazione galoppante e una crisi sociale devastante hanno trasformato rapidamente il Venezuela in un epicentro di instabilità regionale. 

L’erosione del rapporto politico si è accelerata con il tempo: sotto l’amministrazione di Barack Obama sono arrivate le prime sanzioni mirate contro singoli funzionari venezuelani, accusati di violazioni dei diritti umani. 

Ma il vero punto di svolta è stato con Donald Trump, che ha imboccato la via della “massima pressione”. Nel 2019, Washington ha riconosciuto l’oppositore Juan Guaidó come presidente ad interim, ha imposto dure sanzioni all’intero settore petrolifero venezuelano e, soprattutto, ha congelato gli asset di Citgo sul suolo Usa. 

Queste misure hanno colpito duramente l’economia già in ginocchio. In risposta, il governo Maduro ha stretto ancora di più i rapporti con alleati non occidentali come Russia, Iran e Cina per aggirare l’isolamento. Nel frattempo, la migrazione di milioni di venezuelani in cerca di stabilità ha aggiunto un ulteriore e drammatico elemento di tensione regionale. 

Con l’elezione di Joe Biden nel 2021, la Casa Bianca ha mantenuto la pressione sul regime di Maduro, ma affiancando alle sanzioni una strategia negoziale. Nel 2022 si sono aperti canali riservati e, nel 2023, Washington ha sospeso parzialmente alcune sanzioni sul settore petrolifero e del gas attraverso la General License 44, in cambio di impegni del governo venezuelano su elezioni più competitive.  

I progressi, però, rimangono limitati. Nell’aprile 2024, non ritenendo soddisfatte le condizioni concordate, gli Stati Uniti lasciano scadere la licenza e la sostituiscono con una versione molto più restrittiva (44A). Le elezioni presidenziali del 28 luglio 2024, che portano alla rielezione di Maduro, vengono contestate da gran parte dell’opposizione e da molti osservatori internazionali. A fine 2024 Washington annuncia nuove sanzioni mirate contro funzionari venezuelani accusati di atti considerati “anti-democratici”. Il margine per il dialogo si restringe, mentre la crisi umanitaria e migratoria continua ad alimentare l’agenda bilaterale. 

Nel 2025, i rapporti entrano in una fase ancora più incerta. Il nuovo corso politico a Washington torna a un linguaggio di forte contrapposizione con il governo Maduro: gli Stati Uniti intensificano le accuse, mentre Caracas parla apertamente di “minaccia colonialista” e di tentativi statunitensi di mettere le mani sulle risorse energetiche del Paese.  

Negli ultimi giorni, la decisione di Washington di dichiarare chiuso lo spazio aereo venezuelano e le rivelazioni sulle operazioni militari statunitensi contro imbarcazioni sospettate di traffico di droga hanno riacceso lo scontro verbale. Indiscrezioni su un ultimatum telefonico del presidente Usa a Maduro mostrano quanto il confronto sia tornato su toni asperrimi.  

Se e quando si aprirà una nuova stagione di dialogo dipenderà da variabili interne ai due Paesi: l’evoluzione del quadro politico venezuelano, le priorità energetiche di Washington, gli equilibri regionali in America Latina. Per ora, la storia dei rapporti tra Stati Uniti e Venezuela resta quella di un matrimonio di convenienza energetica trasformato, nel tempo, in un braccio di ferro geopolitico.