WASHINGTON - Le aperture al dialogo non si fermano, ma neppure le bombe. Si è consumata così l’undicesima notte di attacchi statunitensi in Iran, giunta al termine di una giornata di rappresaglie iraniane nel Golfo Persico. Contestualmente, dalle Filippine, il segretario di Stato Usa Marco Rubio ha ribadito la disponibilità degli Usa a una soluzione diplomatica, a patto che Teheran tenga fede agli impegni presi. 

Durante la notte, il Comando centrale statunitense (Centcom) ha annunciato l’inizio della nuova serie di incursioni. Notizie di esplosioni sono giunte da Bushehr, nel sud del Paese e sede di una centrale nucleare, oltre che dai dintorni di Teheran, da Tabriz nell’Azerbaigian Orientale, da Konarak e Chabahar nel Sistan e Belucistan, da Chavar e Abdanan nella provincia di Ilam, e da Baneh nel Kurdistan iraniano. Tra i bersagli colpiti figura anche la raffineria di gas di Bidboland a Mahshahr, la più grande della nazione. 

Dal canto suo, l’Iran si era già reso protagonista di una dura risposta colpendo con droni le “unità dell’esercito terroristico statunitense a Camp Doha in Kuwait” - in particolare i “depositi di munizioni e attrezzature logistiche del centro di comando delle forze terrestri” - e distruggendo il centro Amazon in Bahrein. 

Dopo un paio d’ore il Centcom ha comunicato la conclusione delle operazioni operative. Una tregua soltanto temporanea: poco prima dei bombardamenti, il presidente Donald Trump aveva infatti minacciato di attaccare “molto presto” un complesso nucleare sotterraneo segreto nel monte Kolang, nel centro dell’Iran. “Non abbiamo ancora finito” con la guerra, ha assicurato il presidente, senza escludere l’apertura di un nuovo fronte contro gli Houthi. Nel frattempo, sui mercati asiatici il prezzo del barile di Brent è schizzato a 92 dollari, segnando un record da giugno. 

Sotto il profilo interno, il conflitto si sta rivelando sempre più gravoso. Con la conferma della morte del soldato che risultava disperso a seguito del bombardamento di venerdì alla base Azraq, in Giordania, il bilancio dei militari Usa uccisi in battaglia è salito a diciotto. Un numero che Trump ha tenuto a definire molto inferiore rispetto al passato, pubblicando per tutto il giorno su Truth le statistiche sui caduti e sulla durata delle guerre sotto i suoi predecessori: dagli oltre 58mila morti in 19 anni in Vietnam ai 2mila registrati in altrettanti anni in Afghanistan. 

Lo scontro con Teheran impatta pesantemente anche sulle casse dello Stato: la spesa ufficiale si attesta a 37,5 miliardi di dollari, come riferito dal capo del Pentagono Pete Hegseth, che ha tuttavia già richiesto al Senato altri 80 miliardi in previsione di un prolungamento delle ostilità. 

Ciononostante, Washington continua a ribadire ufficialmente la propria disponibilità a negoziare. Partecipando alla riunione Asean nelle Filippine, Rubio ha rivelato che “l’Iran ha contattato gli Stati Uniti, sia direttamente sia indirettamente, per impegnarsi in colloqui”. Il segretario di Stato ha però lamentato che “purtroppo, finora, anche se abbiamo raggiunto accordi, non hanno mantenuto gli impegni”, confermando comunque che “gli Stati Uniti sono sempre impegnati nella diplomazia” e che “se sono seri, siamo seri anche noi”. 

C’è tuttavia un punto fermo su cui la Casa Bianca chiarisce di non voler cedere: lo Stretto di Hormuz. Come sottolineato da Rubio, lasciare che uno Stato assuma il controllo di una via d’acqua internazionale, imponendo un pedaggio e facendo “saltare in aria le barche se non paga”, creerebbe un “precedente molto pericoloso che si ripeterà in altre parti del mondo, inclusa questa regione”.