CARACAS - Il Venezuela è un Paese in ginocchio, ferito al cuore da un terremoto violentissimo che ha colpito la capitale Caracas, ma soprattutto la zona costiera dello Stato de La Guaira, dove potrebbe aver provocato un’ecatombe con migliaia di morti. Secondo le ultime stime, quasi 70.000 persone risultano disperse, mentre i morti sono oltre 1.430.
Nuove scosse di assestamento si sono registrate nelle scorse ore. Dopo il disastro, i centri abitati sembravano zone di guerra dopo un bombardamento. Decine e decine gli edifici crollati, ridotti in polvere, altri sono sventrati e ripiegati su se stessi.
Si stanno spegnendo gli incendi provocati dalle fughe di gas, ma la gente è ancora per strada, a piangere, senza più niente, sotto shock, in cerca dei propri cari, in mezzo a montagne di calcinacci.
“Tutto ci stava cadendo addosso. I televisori erano a terra. Sembrava un film horror. È durato tantissimo, circa due minuti”, ha raccontato alla stampa locale una residente di una delle zone a ovest di Caracas, tra le più colpite. “Il boato è stato terrificante”, ha aggiunto una sua vicina.
Ora l’obiettivo primario è far arrivare prima possibile i soccorsi e gli aiuti, ma non è un compito facile: molti ponti sono danneggiati, così come l’aeroporto, e le comunicazioni sono al collasso. Mentre si scava senza sosta in cerca dei dispersi, arrivano, sporadiche, storie cariche di speranza, come quella del neonato di appena 18 giorni che è stato tratto in salvo dalle macerie di un edificio crollato, 32 ore dopo le due scosse devastanti, la prima di magnitudo 7,1, la seconda 7,5.
La presidente ad interim Delcy Rodriguez, visibilmente emozionata, ha dichiarato in diretta Tv lo stato di emergenza, annunciando la chiusura di scuole e tribunali, invitando alla calma e facendo appello all’unità nazionale. Cooptati anche tutti i medici e gli infermieri del Paese.
In poche ore è scattata la solidarietà internazionale: sono arrivati quintali di aiuti dai Paesi vicini e squadre di soccorso da mezzo mondo, dagli Usa all’Unione Europea, che ha fatto scattare il meccanismo di protezione civile, mentre il Fondo monetario internazionale (Fmi) ha stanziato 200 milioni di dollari per la ricostruzione.
Invio di uomini anche dalla Turchia al Messico, Paesi che conoscono bene catastrofi simili: tutti sono impegnati in una corsa contro il tempo pur di salvare più persone, ancora sotto le macerie.
A rendere questo sisma così letale il fatto che ci siano stati due episodi potentissimi, uno dopo l’altro, ma anche che si sia generato a una profondità relativamente bassa: la prima scossa a 20 chilometri sotto la crosta terrestre, la seconda, la più potente, che ha causato i drammi peggiori, ad appena 10 chilometri.
Poi, ad aggravare la situazione, gli scarsi controlli sulle costruzioni: mentre si contano i morti, c’è già chi lamenta il fatto che in Venezuela si costruisca senza criterio. Pochissimi i progetti rispettosi delle norme anti-sismiche, nessuna pianificazione urbanistica e scarsa manutenzione degli immobili, malgrado il Paese sia ad altissimo rischio terremoti, situato com’è lungo la faglia tra la placca dei Caraibi e quella del Sudamerica.
Secondo un rapporto dello United States Geological Survey (USGS) il terremoto avvenuto in Venezuela è il più forte registrato nella zona settentrionale del Paese negli ultimi 126 anni. L’evento sismico risulta paragonabile per intensità solamente allo storico sisma di magnitudo 7.7 registrato nell’ottobre del 1900.
Il disastroso terremoto avrà conseguenze a lungo termine anche sull’economia del Paese. Un rapporto del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, basato su un sistema rapido di valutazione digitale ad intelligenza artificiale, ha quantificato in circa 6,7 miliardi di dollari i danni fisici diretti causati dai terremoti.
La cifra, con una forbice stimata tra 4,7 e 8,7 miliardi, equivale al 6% del prodotto interno lordo del Venezuela e colpisce principalmente le abitazioni e le attività commerciali.