Con le strutture partitiche indebolite e una quasi normalizzazione dell’ostilità, dei commenti tossici e dell’attacco personale, ci troviamo di fronte ad uno stato di scontro permanente contraddistinto da una profonda caduta di stile. Un abbassamento della guardia che ha messo nell’angolo gli ideali, il confronto fra ricette programmatiche contrapposte, o di alternativa, ma sempre nel rispetto rigoroso delle persone e di ciò che rappresentano. 


Ma per cercare di raggiungere quel risultato e ritornare positivamente indietro nei tempi e modi, si deve sconfiggere irreversibilmente il populismo e chi continua a cavalcarlo e a inverarlo nella società contemporanea. Se il populismo persiste, sarà sempre più difficile uscire da questo tunnel. Con esiti imprevedibili per il futuro della nostra libertà e capacità di dibattere con coraggio progetti e idee e il futuro delle stesse istituzioni democratiche.


Dopo il grave attacco a Helen Haines, il capo di governo Anthony Albanese è scattato per primo dai blocchi dell’indignazione: prima ancora della polizia ha parlato di un attacco deliberato e, visibilmente turbato, ha invitato un po’ tutti ad “abbassare i toni” del dibattito politico. Non è la prima volta che il primo ministro lancia questo appello a dimostrazione che, purtroppo, qualcosa è cambiato anche qui in Australia nel modo di fare politica. Lo scontro in Aula è sempre stato duro e gli attacchi anche personali non sono mai mancati, ma prima dell’allargamento dello scontro sui canali social, alla fine prevaleva sempre la politica che restava al centro della discussione e del confronto tra i vari leader e i partiti di riferimento. 
La vera svolta della dinamica del dibattito è arrivata con l’arrivo della libertà del dire tutto e di più sui canali social che hanno aperto la strada per una nuova fase populista che è stata, e resta, la vera subcultura che rischia di distruggere la politica tradizionale creando le condizioni per ridurre, ormai troppo spesso, la politica stessa a puro scontro personale. Non c’è più l’avversario, ma c’è un nemico e va annientato. Una nuova regola che disciplina i rapporti tra i partiti e spesso anche all’interno degli stessi partiti, indebolendoli agli occhi degli elettori e creando gli spazi per l’inserimento di altri ‘giocatori’, alcuni validi, altri molto meno.

Una nuova cultura di politica ‘arrabbiata’ che va urgentemente ridimensionata, e preferibilmente bloccata, con la determinazione richiesta da Albanese perché non cambi quello che era da sempre considerato un punto di forza e un motivo di merito della politica australiana: la possibilità cioè per i parlamentari e, prima ancora, gli aspiranti parlamentari di poter mantenere un contatto diretto, sereno e costruttivo con le comunità che rappresentano o intendono rappresentare.


L’epoca dei social media in cui viviamo non deve cambiare tutto questo: le opinioni senza freni, sempre più accese e aggressive, accompagnate talvolta da vere e proprie minacce di violenza, devono essere denunciate ed emarginate per evitare che più di qualcuno cominci ad avere paura di candidarsi, di entrare in un mondo diventato talmente ostile e minaccioso da temere conseguenze a livello personale o per le proprie famiglie.  
L’aggressione che ha ridotto in condizioni critiche la deputata indipendente di Indi (nel Victoria), considerata una delle parlamentari più vicine ai cittadini e più radicate nel territorio, deve diventare un momento-simbolo per rilanciare il rispetto delle istituzioni e un dialogo politico fermo, ma civile e costruttivo. Senza calpestare alcun diritto di ogni cittadino di esprimere liberamente le proprie opinioni, ma anche senza timori per la propria incolumità.


L’invito ad abbassare i toni, dunque, ci sta, ma non deve essere frainteso con qualche tipo di impoverimento dello scontro politico. Come era stato dopo la strage antisemita di Bondi Beach, nel dicembre 2025, l’analogo invito rivolto da Albanese non era un pretesto per ignorare l’odio e le sue manifestazioni più pericolose, ma un assumersi alcune responsabilità per affrontare un evidente problema.  
Negli ultimi dodici mesi, la polizia federale ha indagato su 1.067 minacce rivolte a rappresentanti politici: oltre il 12% in più rispetto all’anno precedente. L’aumento degli episodi ha spinto il governo a stanziare altri 150 milioni di dollari per rafforzare la protezione dei parlamentari nelle loro abitazioni, nei luoghi di lavoro e durante gli eventi considerati ad alto rischio.

Un sondaggio condotto lo scorso anno ha inoltre rilevato che l’85% dei parlamentari federali e dei loro collaboratori aveva avuto a che fare con cittadini dal comportamento aggressivo, minaccioso o imprevedibile. Nel frattempo, le forze dell’ordine federali e statali hanno effettuato decine di arresti e avviato procedimenti giudiziari contro persone accusate di aver preso di mira esponenti politici. Sono segnali allarmanti, che riflettono il rischio di una progressiva erosione della fiducia nella politica e nelle istituzioni. Una deriva che si contrappone nettamente a quel confronto aperto e costruttivo che da sempre alimenta la democrazia australiana.


Martedì sera, in un’intervista televisiva sulla rete nazionale ABC, due parlamentari di spicco dei due maggiori partiti, la responsabile dei Servizi sociali Tanya Plibersek e il ministro ombra dell’Industria, Andrew Hastie hanno sostenuto - in relazione all’attacco a Haines - la necessità di ‘non cambiare’ le abitudini per quanto riguarda i contatti con il pubblico, che sono l’essenza del loro ruolo e del fare politica in Australia, ma Plibersek ha spiegato che questo tragico evento ha rafforzato la sua decisione di limitare l’uso dei social evitando, come è stato chiesto ieri dalla polizia federale, di condividere con il pubblico il proprio calendario di impegni.  


I social media hanno indubbiamente cambiato lo scenario politico nazionale offrendo ai cittadini uno spazio in cui esprimere la propria protesta e il proprio malcontento, ma sono diventati, purtroppo, terreno fertile per la radicalizzazione, con ampi spazi che sono stati occupati da ideologie complottiste o suprematiste, spesso accompagnate da posizioni antisemite e dalla convinzione che esista un presunto “Nuovo Ordine Mondiale” che governa segretamente gli eventi. 
Il caso che ha coinvolto Helen Haines probabilmente solo sfiora questo fenomeno che richiede una sempre più attenta sorveglianza da parte delle agenzie di sicurezza. Ma la vigilanza non può essere affidata

soltanto alle autorità: siamo infatti un po’ tutti coinvolti in questa battaglia per riconoscere e contrastare la diffusione dell’odio.
Se l’Australia vuole superare questo momento estremamente difficile e difendere i suoi valori e tradizioni di libertà ed equilibrio anche in campo politico, tutti i partecipanti sono chiamati a firmare un atto non negoziabile tracciando una linea netta di condanna per la violenza anche nei toni e negli argomenti, senza eccezioni, esitazioni o scuse. Dovrebbero firmare anche un altro atto contro l’impoverimento del dibattito politico, contro i messaggi rapidi ed emotivi, la semplificazione che sfocia in superficialità: decisamente più difficile perché rallentando un po’ e spiegando un po’ di più si introduce un po’ di complessità ignorata dagli algoritmi e dalla risorsa sempre più limitata, in un mondo che va sempre più di corsa, dell’attenzione.