WASHINGTON - Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump si è dichiarato estremamente ottimista sulla chiusura imminente di un accordo con l’Iran, arrivando ad affermare che Teheran avrebbe già accettato di interrompere l’arricchimento dell’uranio e di consegnare le proprie scorte agli Usa.  

In un’intervista a Reuters, l’inquilino della Casa Bianca ha spiegato che Washington intende “recuperare con comodo” quella che lui definisce “polvere nucleare”, ovvero i quasi 2.000 chilogrammi di uranio arricchito (di cui 450 kg al 60%) attualmente stoccati nei siti sotterranei iraniani. 

Secondo indiscrezioni riportate da Axios, i mediatori starebbero lavorando a un documento di tre pagine che prevede lo scongelamento di 20 miliardi di dollari di fondi iraniani in cambio della rinuncia definitiva alle scorte nucleari. Trump ha tuttavia mantenuto una linea di estrema pressione, ribadendo che il blocco navale dello Stretto di Hormuz resterà in vigore fino alla firma definitiva. Il presidente ha inoltre ventilato l’ipotesi di recarsi personalmente a Islamabad, sede dei colloqui, per siglare l’intesa, probabilmente già a partire dalla prossima domenica. 

Nonostante il clima di fiducia ostentato da Washington, la Repubblica Islamica ha reagito con durezza. Un alto funzionario iraniano, citato dalla testata Al-Arabi Al-Jadeed, ha definito “falsa” la ricostruzione di Trump sulla consegna dell’uranio, bollando le richieste Usa come “illogiche e irragionevoli”. Sebbene Teheran confermi che l’apertura dello Stretto e il cessate il fuoco in Libano facciano parte del processo negoziale, non vi sarebbe ancora una soluzione chiara per il dossier atomico. 

Anche Mosca ha preso le distanze dalle ultime dichiarazioni. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha chiarito che l’offerta russa di rimuovere e stoccare l’uranio iraniano non è attualmente sul tavolo delle trattative, poiché gli Stati Uniti non si sono mostrati interessati a questa opzione di mediazione russa. 

Mentre la diplomazia prosegue tra minacce e rilanci (con l’Iran che ipotizza persino un blocco del Mar Rosso) dall’Italia arriva un monito severo. Il Ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha avvertito che il sistema produttivo nazionale ha retto bene i primi 50 giorni di guerra, ma che un ulteriore prolungamento del conflitto sarebbe “devastante”. 

Secondo Urso, il fallimento dei negoziati nei prossimi giorni colpirebbe non solo i rifornimenti petroliferi, ma anche le materie prime essenziali per l’industria farmaceutica, i fertilizzanti e il digitale. “Si attiverebbero meccanismi che porterebbero alla recessione globale”, ha dichiarato il Ministro, chiedendo all’Unione Europea di rimuovere con urgenza i vincoli normativi che limitano la flessibilità di Stati e imprese in questo momento di estrema instabilità.