MILANO – Il calcio italiano piange Sandro Mazzola. L’ex capitano e simbolo della Grande Inter di Helenio Herrera è morto all’età di 83 anni, lasciando un vuoto profondo nel mondo nerazzurro e in quello della Nazionale.

Una vita trascorsa nel segno del calcio, prima raccogliendo la pesante eredità di papà Valentino e poi costruendo una storia tutta sua, fino a diventare uno dei volti più rappresentativi di un’intera epoca.

Nato a Torino l’8 novembre 1942, Mazzola aveva poco più di sei anni quando perse il padre Valentino nella tragedia di Superga. Un cognome enorme da portare sulle spalle, che Sandro seppe trasformare in orgoglio e in una carriera straordinaria. Cresciuto nel settore giovanile dell’Inter, legò per sempre il proprio nome ai colori nerazzurri: dal debutto nel 1961 fino all’addio al calcio nel 1977, quella dell’Inter sarebbe rimasta la sua unica maglia.

Con il club milanese disputò 565 partite e segnò 161 gol, conquistando quattro scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali. Fu inoltre capitano per sette stagioni, dal 1970 al 1977, raccogliendo la fascia da Mario Corso.

Mazzola fu uno dei grandi protagonisti dell’Inter capace di dominare in Italia e in Europa sotto la guida di Helenio Herrera. Nella finale di Coppa dei Campioni del 1964 contro il Real Madrid segnò una doppietta nel 3-1 che consegnò ai nerazzurri il primo trionfo europeo della loro storia. Un anno dopo arrivò il bis, questa volta contro il Benfica a San Siro.

Il suo talento andò però ben oltre i successi di squadra. Capocannoniere della Coppa dei Campioni 1963-64 e della Serie A 1964-65, Mazzola entrò per nove volte tra i candidati al Pallone d’Oro e nel 1971 chiuse al secondo posto alle spalle di Johan Cruijff. Nel 2014 venne inserito nella Hall of Fame del calcio italiano e nel 2022 in quella dell’Inter.

Indimenticabile anche il suo percorso in azzurro. Con la Nazionale giocò dal 1963 al 1974, conquistando l’Europeo del 1968, il primo della storia dell’Italia, e raggiungendo due anni più tardi la finale del Mondiale in Messico, persa contro il Brasile di Pelé. Partecipò complessivamente a tre edizioni della Coppa del Mondo: Inghilterra 1966, Messico 1970 e Germania Ovest 1974.

Proprio al Mondiale messicano entrò nella storia anche la celebre “staffetta” con Gianni Rivera, simbolo del Milan e suo grande rivale sportivo per una maglia da titolare in Nazionale. Una contrapposizione che divise per anni il calcio italiano, senza però cancellare la stima reciproca tra due dei più grandi talenti della loro generazione.

Profondo e commosso il ricordo dell’Inter, che ha annunciato la scomparsa della sua leggenda e ha sottolineato come Mazzola non sia stato soltanto uno dei più grandi giocatori nerazzurri, ma una figura capace di identificarsi completamente con il club: entrato giovanissimo nell’Inter, non se ne sarebbe più realmente allontanato.

Il club lo ha ricordato anche attraverso il desiderio che Mazzola aveva espresso per il giorno del suo addio: essere ricordato prima di tutto come “un bravo uomo”. Un pensiero semplice, quasi lontano dalla grandezza dei trofei e delle imprese che hanno segnato la sua carriera.

Terminata l’attività agonistica, Mazzola rimase nel mondo del calcio ricoprendo diversi incarichi dirigenziali, anche nell’Inter, oltre a lavorare con Genoa e Torino. Divenne poi una presenza familiare anche per le generazioni che non lo avevano visto giocare, grazie alla lunga esperienza come commentatore tecnico e opinionista televisivo.

Ma è soprattutto con l’Inter che il suo nome resterà legato per sempre. Diciassette stagioni, una sola maglia e una vita nerazzurra. Sandro Mazzola se ne va a 83 anni, ma lascia dietro di sé molto più di numeri e trofei: lascia l’immagine di un calcio entrato nella leggenda e di una bandiera che, per l’Inter, non smetterà mai di sventolare.