ROMA - Nel centrosinistra il “Papa straniero” non c’è. Più di una voce, nel Partito democratico, invita a non correre verso le primarie per la guida del campo largo, nel timore che un duello diretto tra Elly Schlein e Giuseppe Conte lasci più macerie che voti. Ma quando dalla diagnosi si passa alla cura, la rosa dei possibili candidati terzi si restringe rapidamente. 

Il caos è tale che anche l’area prodiana si starebbe muovendo, per chiedere a entrambi i leader un passo indietro. I nomi alternativi affiorano, circolano e si consumano, ma sul tavolo restano alla fine quelli della segretaria dem e del presidente del Movimento 5 Stelle. 

“Se dovessi scommettere, direi che alla fine i gazebo si faranno”, sintetizza un dirigente del Pd. Dal Nazareno non arrivano segnali di ritirata: “O si fanno le primarie o va avanti chi prende più voti”.

Al contrario, dalle parti del Movimento 5 Stelle l’idea che la leadership possa andare automaticamente al partito con un voto in più non viene presa in considerazione e, nel cerchio ristretto di Conte, la linea sulle primarie resta definita come granitica. 

Il dibattito estivo sulla guida del campo largo si è trasformato in una girandola di formule, veti e candidature più o meno credibili.  

L’ultima provocazione di Roberto Speranza – evitare il duello Schlein-Conte puntando su una figura simbolica, magari “un neo diciottenne o un anziano partigiano” – ha suscitato ironie, ma dietro la battuta c’è il timore di un’area del Pd, che passa anche per Dario Franceschini e Andrea Orlando, interessata a disinnescare una sfida ad alto rischio per gli equilibri del partito. 

A rovesciare il ragionamento è il fronte riformista. Lia Quartapelle, richiamando Arturo Parisi, avverte che “lo sforzo per cercare di evitare le primarie” rischia “di fare più danni che andare a confrontarsi alle primarie”. Non andare ai gazebo, insiste la senatrice dem, sarebbe “un’idea dannosissima”. Da qui anche il rilancio della formula del doppio turno. 

In quell’area, ancora in cerca di un baricentro, potrebbe emergere il nome dell’eurodeputato Giorgio Gori, indicato da alcune indiscrezioni come possibile candidato capace di raccogliere consensi anche oltre il Pd, da Carlo Calenda a Pina Picierno. Nel risiko vengono evocati anche Nicola Zingaretti e Stefano Bonaccini. 

Proprio l’ex governatore dell’Emilia-Romagna, però, raffredda il toto-nomi e sposta il fuoco sui contenuti. “Parlare adesso” di primarie “vuol dire mettere il carro davanti ai buoi”, dice dal Meeting di Rimini, invitando a scrivere prima il programma e poi a scegliere se andare ai gazebo o, “come in tutte le democrazie del mondo”, lasciare che il primo partito esprima la leadership.

“Se non uniamo le forze, Meloni può andare in vacanza e dopo le elezioni tornare a Palazzo Chigi”, avverte. 

Dietro le dichiarazioni pubbliche resta il lavoro attorno a una personalità terza che permetta a Schlein e Conte di arretrare senza apparire sconfitti. La rosa è ampia, ma nessun nome sembra per ora decisivo: da Silvia Salis a Gaetano Manfredi, passando per Antonio Decaro e l’ipotesi di Pier Luigi Bersani come “federatore”. 

Per funzionare davvero, ragionano fonti dem, servirebbe “una figura autorevole, incontestabile, non la carta di questa o quella corrente”. Se le primarie si faranno, prima andrà costruito il terreno politico su cui celebrarle.  

Una prima finestra potrebbe aprirsi dopo Nova, la due giorni nazionale del Movimento 5 Stelle in programma il 19 e 20 settembre. Fino a inizio ottobre, con ogni probabilità, le carte resteranno coperte. 

Tra i nomi osservati con maggiore attenzione resta quello di Silvia Salis. E dalla Festa dell’Unità della Spezia, l’ex atleta e sindaca di Genova si limita a indicare una rotta: coalizione larga, programma condiviso e una candidatura capace di tenere insieme il progetto. “Un buon progetto col giusto leader ce la può fare”, è la convinzione della prima cittadina genovese.