Il cuore spezzato, dice. Ma anche pieno di orgoglio. È con queste parole che Thomas Camporeale, direttore generale del Co.As.It. per quattordici anni e parte dell’organizzazione da ventisei anni, chiude un capitolo di una storia umana e professionale che ha giocato un ruolo di rilievo nella comunità italo-australiana del New South Wales. Il suo ultimo giorno di lavoro è stato lo scorso 12 giugno 2026.

“Dopo ventisei anni penso che sia semplicemente arrivato il momento. Voglio fare qualcosa di diverso nella mia vita. Non so ancora cosa, ma sento il bisogno di una pausa. Non me ne sono mai presa una. E tra due anni avrò cinquant’anni: probabilmente ho aspettato già troppo”, dice Camporeale durante la nostra intervista.

Camporeale è entrato nel Co.As.It. nel novembre del 2000, a 22 anni, fresco di laurea in psicologia e, successivamente, di un secondo titolo come assistente sociale conseguito all’Università di Sydney, cui si aggiunge un MBA ottenuto in seguito alla Macquarie University. Il suo primo ruolo era quello di assistente sociale, a contatto diretto con gli anziani della comunità italiana.

“Era come lavorare per la mia famiglia – racconta – erano tutti come i miei nonni. Persone che lavoravano duro e avevano bisogno di una mano. Non riuscivano ad accedere ai servizi a causa della lingua, o non avevano la fiducia necessaria per farlo. E io ero lì per loro”. Quella formazione, il contatto con la fragilità, l’ascolto, la capacità di vedere le persone prima dei ruoli, non l’ha mai abbandonato, neanche quando è diventato lui il capo. “Non ho mai visto qualcuno come ‘più junior di me’. Ho sempre cercato di vedere il potenziale nelle persone e di dare loro ciò che serviva per arrivare dove volevano, che fosse dentro il Co.As.It. o altrove”.

Nel corso di 26 anni, l’organizzazione è cresciuta enormemente. Quando Camporeale è arrivato, racconta, in ufficio c’erano una ventina di persone. Oggi i dipendenti sono circa duecento.

Chiedendogli quale sia il ricordo più bello, Camporeale esita un momento, poi ne elenca diversi: la visita di Matteo Renzi alla Scuola Bilingue nel 2013, quando era presidente del Consiglio dei Ministri. “Per me fu la conferma che quello che stavamo facendo aveva un valore riconosciuto anche in Italia, dalle istituzioni italiane”.

E poi il 2015, quando il Co.As.It. è riuscito ad acquisire l’Italian Forum Cultural Centre di Norton Street. “Due anni di battaglia per portarla a termine. C’era il rischio che il centro finisse in mani non italiane, che diventasse qualcos’altro. Per noi sarebbe stato inaccettabile lasciare che succedesse”. Ma i ricordi più vivi, dice, sono quelli quotidiani. I pranzi con i dipendenti. Le riunioni con gli assistenti. I bambini della Scuola Bilingue che marciano ai Giochi della Gioventù davanti al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, a Catania nel 2024 e poi in Friuli l’anno scorso, con la bandiera australiana alzata mentre entrano per primi nello stadio. “Come un’olimpiade in miniatura. Vederli illuminarsi: quelli sono i miei ricordi più belli”. Camporeale è figlio di immigrati italiani, nato e cresciuto in Australia. Le sue figlie sono nate qui. La maggiore ha frequentato la Scuola Bilingue Italiana; la più piccola studia l’italiano alle superiori. Ha vissuto la questione dell’identità italo-australiana da ogni angolazione possibile: come figlio, come padre, come responsabile dei programmi che cercano di tramandare quell’identità.

“L’essere italiani in Australia sta cambiando”, osserva. “Quando diventa una questione di legami familiari, diventa nostalgia. Ed è così, va bene. Ma la connessione alla cultura è importante, e dove possibile anche quella alla lingua. Il Co.As.It. coltiva tutto questo non solo attraverso la Scuola Bilingue, ma con sedici centri in cui si insegna l’italiano dopo la scuola e corsi per adulti il sabato mattina. Perché molte persone tornano da adulte, per riconnettersi. Per la nostalgia, per i viaggi, per un legame che si era allentato”.

Quando gli si chiede se sente di aver trasmesso qualcosa ai suoi collaboratori, come i suoi mentori Giovanni De Bellis e Giuseppe Fin avevano trasmesso a lui, risponde: “Non posso mettermi allo stesso livello. Spero con tutto il cuore di aver fatto del mio meglio. Spero che le persone prendano il buono di quello che ho fatto e vedano che ho lasciato l’organizzazione in una posizione più forte di quando l’ho trovata. Almeno, credo di averlo fatto”. Il Co.As.It., per lui, è una famiglia. Lo dice senza esitazioni. “C’è una cura reciproca. È un posto grande, ma c’è qualcosa di speciale nella cultura di questa organizzazione. Anche perché molti degli italiani arrivati in Australia negli ultimi quindici anni vi hanno trovato non solo un lavoro, ma la loro unica famiglia. La loro famiglia vera era in Italia. Mi mancheranno soprattutto loro - conclude - più di ogni altra cosa”.