BOGOTÁ — A tre giorni dal terremoto di magnitudo 7,4 che ha colpito la Colombia, il presidente Abelardo de la Espriella ha dichiarato mercoledì lo stato di emergenza economica, sociale ed ecologica nel Paese.

La misura, prevista dalla Costituzione colombiana, consente al governo di destinare risorse e adottare decisioni eccezionali, senza passare prima attraverso l’iter ordinario del Congresso, con l’obiettivo dichiarato di accelerare la ricostruzione delle zone colpite. “Ho deciso di fare ricorso all’emergenza economica”, ha annunciato de la Espriella dal Palazzo di San Carlos, sede presidenziale a Bogotá.

La dichiarazione ha un limite costituzionale di 30 giorni per decreto, fino a un massimo di 90 giorni complessivi nell’arco dell’anno, e deve recare la firma di tutti i ministri.

Nell’ambito dell’annuncio, de la Espriella ha confermato la creazione del “Fondo Milagro”, uno strumento pensato per convogliare sia i contributi dello Stato sia le donazioni internazionali, con particolare attenzione alla ricostruzione di ospedali, scuole e abitazioni nel Chocó, Caldas, Risaralda, Quindío e nel nord della Valle del Cauca.

Il governo ha inoltre anticipato che l’emergenza non sarà accompagnata da un aumento delle imposte.

L’annuncio è arrivato poche ore dopo che lo stesso presidente aveva aggiornato il bilancio delle vittime: 265 morti, 3.494 feriti e 496 dispersi, una cifra che, come ha riconosciuto, “è aumentata in modo allarmante” nelle ultime ore. De la Espriella ha parlato anche di 25.872 famiglie colpite, per un totale di circa 53.816 persone.

La Colombia si avvicina così alla scadenza cruciale delle 72 ore, considerate la “finestra” per trovare tra le macerie sopravvissuti con concrete possibilità di essere ancora in vita.

Anche gli aiuti internazionali hanno generato polemiche nelle ultime ore. L’Unità nazionale per la gestione del rischio di disastri (Ungrd) ha confermato che la Colombia ha formalizzato richieste di sostegno per le operazioni di ricerca e soccorso soltanto a quattro Paesi: Stati Uniti, Israele, El Salvador ed Ecuador. “Accetteremo il sostegno soltanto da questi Paesi”, ha spiegato David Tamayo, direttore dell’Ungrd, giustificando la decisione con il fatto che queste squadre rispettano protocolli internazionali riconosciuti.

La notizia secondo cui la Colombia avrebbe chiuso la porta ad altri Paesi ha suscitato le critiche dell’opposizione, che ha collegato la decisione alle affinità ideologiche del nuovo governo. Il ministro degli Esteri Omar Bula è intervenuto per rispondere: “Lavoriamo con i Paesi senza alcuna considerazione ideologica né politica”, ha affermato, precisando che la restrizione riguarda soltanto le squadre ufficiali di soccorso e non il resto degli aiuti umanitari.

Gli aiuti provenienti da altri Paesi stanno infatti arrivando attraverso altri canali. L’Ecuador ha offerto 47 soccorritori, cani addestrati e squadre dei vigili del fuoco di Quito. El Salvador ha inviato due aerei con 100 tonnellate di aiuti umanitari, un gesto che lo stesso presidente Nayib Bukele ha reso noto su X.

Il Perù ha inviato un aereo con 12,5 tonnellate di rifornimenti e 62 soccorritori. Il Messico, pur non facendo parte dell’elenco ufficiale, ha inviato medicinali e aiuti umanitari, mentre un gruppo di soccorritori volontari, i Topos Aztecas, è arrivato autonomamente a Cali dopo aver lavorato nei terremoti di La Guaira, in Venezuela.

La Banca Mondiale ha stanziato una donazione di 200.000 dollari per finanziare la valutazione dei danni, mentre la Caf-Banca di sviluppo dell’America Latina e dei Caraibi ha messo a disposizione altri 500.000 dollari per le necessità umanitarie.

Con lo stato di emergenza economica ormai dichiarato e la finestra delle 72 ore prossima a chiudersi, la domanda che comincia a farsi strada in Colombia è se gli aiuti arriveranno in tempo per le migliaia di famiglie che attendono ancora una risposta sotto le macerie.