WASHINGTON - Ad un anno esatto dal vertice di Anchorage dello scorso Ferragosto tra Donald Trump e Vladimir Putin, la ricerca di una soluzione diplomatica alla guerra in Ucraina appare ancora bloccata in una complessa fase di stallo. Giampiero Massolo, presidente del Geopolitical Risk Observatory della Luiss e già presidente dell’Ispi, ha tracciato con l’Adnkronos un bilancio sul tentativo statunitense di mediazione e sulle reali prospettive di una riapertura dei negoziati.
Nonostante il vertice in Alaska avesse inizialmente alimentato i timori di Kiev e dei Paesi europei per via della loro esclusione dai colloqui, la sostanza della dinamica tra le grandi potenze sembra non essere mutata. “Io credo che i dati di fondo del problema siano tutto sommato cambiati poco”, ha spiegato l’ambasciatore Massolo. “Anchorage era il prodotto di due logiche, e cioè la logica di Putin secondo la quale Trump avrebbe lasciato cadere l’Ucraina e gli europei in nome di un accordo più complessivo che avrebbe dato agli Stati Uniti anche vantaggi economici, finanziari e commerciali. Mentre invece dalla parte Usa c’era e c’è una logica in cui si rispettano gli equilibri tra grandi potenze, cioè si rispettano gli equilibri di forza e di potenza e dunque si cerca con le altre superpotenze, vale a dire con la Cina e con la Russia – ricordiamoci sempre che la Russia non è una superpotenza, ma è un Paese in grado di ricattare la comunità internazionale con i suoi armamenti nucleari – la compatibilità e si rispetta il rapporto di forza”.
L’evoluzione degli ultimi dodici mesi ha tuttavia evidenziato i limiti del tentativo di coesistenza promosso da Washington. “Queste due logiche sottostanti ad Anchorage (...) sono fondamentalmente rimaste. Perché è caratterizzante del DNA sia di Trump, che cerca convenienza e forza, sia dei russi di Putin, che fanno della logica della forza il loro mantra, la loro caratteristica distintiva in politica estera. Quello che è cambiato è che in tutto questo anno Trump ha visto costantemente frustrato il suo tentativo di coesistenza, di compatibilità con i russi. Vale a dire, Putin è stato ostentatamente contrario a qualsiasi forma di accordo realistico che non prendesse in considerazione le sue condizioni”, ha sottolineato il diplomatico.
Questa linea rigida del Cremlino ha impedito al presidente statunitense di raggiungere i risultati annunciati. “E questo è incomprensibile a Trump dal punto di vista personale, è irritante per Trump dal punto di vista della sua logica e soprattutto non gli consente di arrivare al suo obiettivo, quello annunciato nella campagna elettorale, vale a dire la pace in 24 ore. È passato tanto tempo e la pace, anche solo una tregua, è ben lungi dall’arrivare. Quindi c’è questa sensazione di frustrazione che è sufficientemente forte per indurre Trump ad abbandonare il suo tentativo di premere sugli ucraini perché accettino una tregua favorevole ai russi e sufficientemente però ancora sotto l’effetto della necessità di rispettare i rapporti di forza tanto da non torcere il braccio a Putin, come potrebbe fare con le sanzioni economiche, piuttosto che premendolo ulteriormente diplomaticamente. E questo si ripercuote sulla situazione in Ucraina, che è una situazione senza ovvie vie d’uscita alla vista”.
In questo contesto, la dinamica sul campo continua a essere legata alle decisioni di Mosca. “La guerra potrà finire nel momento in cui Putin si accorgesse che il costo della guerra è superiore all’idea di un accomodamento, oppure potrebbe finire per esaurimento delle due parti. Ma queste due cose sono ancora lontane. L’assenza degli Stati Uniti, peraltro distratti anche dall’Iran, dall’equazione Ucraina contribuisce allo stallo. Adesso sembra che si stiano di nuovo interessando: Witkoff e Kushner dovrebbero andare a Kiev e ritornare a Mosca, ma ancora non lo hanno fatto”, ha aggiunto Massolo.
Analizzando le capacità militari dei belligeranti, Massolo ha evidenziato l’impossibilità di una rapida risoluzione del conflitto da parte di una sola delle fazioni. “L’Ucraina non ha i mezzi per vincere, può solo resistere come sta facendo. Può rendere alla Russia la vita molto difficile, colpendo in profondità le retrovie, dunque isolando il fronte dalle retrovie e colpendo le fonti dei proventi russi, colpendo gli impianti energetici. Tutto questo evidentemente rende la resistenza molto rilevante, ma non consente di risolvere il conflitto a favore dell’Ucraina e, viceversa, la Russia anch’essa non è nella condizione di poter risolvere di per sé il conflitto”, ha argomentato. “Chi deve arrivare alla conclusione che è arrivato il momento di negoziare – ma non sedersi a un tavolo per dire: mi date quello che voglio o altrimenti mi rialzo, ma negoziare seriamente – può essere soltanto Putin, arrivando per l’appunto alla conclusione che continuare gli provoca un dolore più grande del vantaggio che può ottenere dal tavolo negoziale. Ma ancora non ci siamo, non è arrivato a questa conclusione”.
Di fronte a tale scenario, gli sforzi europei si scontrano con evidenti ostacoli strutturali. “L’Europa non è nelle condizioni di mediare perché è percepita come troppo schierata da una parte. E poi c’è una seconda ragione: ogni tentativo di mediazione verrebbe sfruttato dalla Russia per dividere il fronte europeo e per minare la compattezza dell’appoggio europeo all’Ucraina, compattezza tutto sommato straordinaria visto il tempo che è passato. Quindi diciamo che il conflitto non ha alle viste una soluzione ma potrebbe avere un esito e questo esito potrebbe essere sostanzialmente un congelamento”.
Secondo il presidente del Geopolitical Risk Observatory della Luiss, la sola potenza in grado di sbloccare la situazione rimangono gli Stati Uniti, a patto che modifichino l’attuale approccio “in cui non disattendono le aspettative ucraine, per esempio autorizzando gli ucraini a colpire in profondità e fornendo agli ucraini, assieme agli inglesi, preziose informazioni di intelligence, ma d’altra parte non torcono il braccio a Putin sufficientemente per costringerlo a sedersi al tavolo della pace. Quindi è un atteggiamento tutto sommato di relativo distacco e finché dura la situazione di stallo permane”.
Per trasformare l’attuale fase in una vera trattativa diplomatica occorrerà infine un cambio di passo concreto da parte di Washington. “Gli Usa per intervenire dovrebbero farlo con la diplomazia e coi fatti. Uno delle cose che servirebbero sono forniture di missili Patriot, rafforzamento della contraerea ucraina, perché in questo momento sta mostrando i suoi limiti e questo evidentemente indebolisce l’Ucraina e allontana la prospettiva di un negoziato serio da parte della Russia”, ha continuato Massolo.
Per risultare davvero decisivi e rompere lo stallo, gli Stati Uniti dovrebbero affiancare all’azione diplomatica gesti concreti su entrambi i fronti. “Forniture di aiuti alla contraerea nei confronti dell’Ucraina e gesti conclusivi nei confronti della Russia, per esempio dal punto di vista sanzionatorio e di pressioni diplomatiche molto più forti di quelle che stanno facendo. Altrimenti lo stallo non si rompe”, ha concluso Massolo.