Due editoriali, quello di oggi e quello dell’edizione precedente, che hanno un terreno comune ed è quello che, ciclicamente, trova spazio in queste colonne, ovvero la crescita dell’economia australiana connessa con la scarsa produttività.
Sono trascorse soltanto poche ore dopo la riunione del Consiglio della Reserve Bank che ha deciso di lasciare invariato il costo del denaro. Una scelta che, d’impatto, non può che essere accolta in maniera positiva, soprattutto se si pensa alle tante famiglie australiane alle prese con mutui i cui rimborsi mensili sono cresciuti sensibilmente proprio per i precedenti aumenti dei tassi di interesse.

Un po’ di respiro, certamente, ma non dobbiamo abbassare la guardia, non siamo usciti dal guado, anzi, il messaggio della governatrice Michele Bullock sembra proprio essere di segno opposto: l’inflazione resta troppo elevata, i rischi sono alti e la responsabile della maggiore istituzione di politica monetaria del Paese non esclude di potersi trovare di fronte alla necessità di intervenire nuovamente con un rialzo dei tassi.

Dietro la questione contingente del costo del denaro, tuttavia, si nasconde il problema dei problemi, rispetto al quale ogni più recente analisi ci consegna un quadro non rasserenante: la produttività continua a essere troppo bassa.
Bullock lo ha detto con una chiarezza che non possiamo far finta di non cogliere. Se la capacità produttiva del Paese non aumenta, non possiamo aspettarci una crescita dell’economia che non generi nuove pressioni inflazionistiche. È proprio questo il vero dilemma di questo periodo storico in Australia: non dobbiamo soltanto preoccuparci di quanto cresce l’economia, ma soprattutto di come cresce.
Le ultime previsioni della RBA rendono evidente questo problema. La Banca centrale ha rivisto al rialzo la crescita economica attesa a dicembre all’1,4 per cento, ma soprattutto grazie a una popolazione che aumenta più rapidamente del previsto. Contemporaneamente ha abbassato la previsione sulla produttività fino a -0,5 per cento.

E questa è una delle distinzioni da sottolineare, e qui il collegamento con il precedente editoriale di lunedì. Possiamo vedere aumentare il PIL dell’Australia aumentando il numero di persone che producono e consumano. Ma la crescita che sia realmente capace di vedere aumentare nel tempo il valore dei salari e, di conseguenza, gli standard della qualità della vita, richiede che ogni ora lavorata produca più valore. Su questo aspetto, purtroppo, la fragilità del sistema economico australiano sembra essere diventata strutturale.
I dati dell’Australian Bureau of Statistics rafforzano questa lettura. Nel trimestre di marzo il PIL è cresciuto dello 0,3 per cento e del 2,5 per cento nell’arco di un anno, mentre il PIL pro capite è nuovamente diminuito dello 0,1 per cento rispetto al trimestre precedente. La produzione per ora lavorata è scesa dello 0,6 per cento.

Di produttività, naturalmente, non parliamo solo noi, e ci mancherebbe, il concetto è spesso evocato nel dibattito politico senza, però, che si spieghi poi bene cosa si intenda fare. Il punto non è chiedere agli australiani di lavorare più ore ma creare le condizioni per consentire a imprese e lavoratori di produrre meglio attraverso investimenti, innovazione, tecnologia, competenze, infrastrutture e regole più efficienti.

Ed è proprio osservando i singoli settori che emergono alcuni dei problemi più seri.
Jeffrey Wilson, responsabile economico dell’Australian Industry Group, ha offerto un’analisi particolarmente interessante. Wilson ha sottolineato come la debolezza australiana non sia distribuita uniformemente nell’economia: alcuni comparti hanno migliorato significativamente la propria efficienza, mentre altri sono rimasti fermi o sono arretrati. Tra questi ultimi figurano settori strategici come manifattura, costruzioni e servizi di pubblica utilità.
È proprio questa concentrazione a rendere il problema ancora più urgente, ma forse, in un’ottica positiva, anche più affrontabile.

Il settore dell’edilizia e delle costruzioni forse ne è l’esempio più evidente. L’Australia è alle prese, contemporaneamente, con una carenza di case e una perdita di produttività nel settore che dovrebbe costruirle. La Productivity Commission ha rilevato che oggi vengono realizzate, per ogni ora lavorata, circa la metà delle abitazioni rispetto a trent’anni fa. La Housing Industry Association osserva inoltre che risorse crescenti vengono assorbite da autorizzazioni, regolamentazioni, consulenze specialistiche anziché indirizzate all’effettiva costruzione di nuove abitazioni.

Questo, è ovvio, non può significare eliminare le fondamentali regolamentazioni necessarie a garantire sicurezza, qualità o tutela ambientale ma non è sbagliato chiedersi se questo sistema sia in grado, oggi, di produrre benefici proporzionati ai suoi costi. La stessa Productivity Commission ha recentemente concluso che una regolamentazione eccessiva o inappropriata sta limitando l’offerta abitativa e ha indicato nella riforma del sistema regolatorio sull’utilizzo dei terreni e nel migliore coordinamento delle infrastrutture alcune delle leve più importanti.

Wilson individua anche una dinamica altrettanto significativa nei settori non di mercato. Pubblica amministrazione, istruzione, sanità e servizi sociali rappresentano circa un quarto del valore aggiunto dell’economia australiana. In particolare, la produttività del lavoro nella sanità e nei servizi sociali è diminuita del 13,5 per cento in diciotto mesi, mentre l’impiego di lavoro nel settore è aumentato del 28 per cento senza un incremento proporzionato della produzione.

Sono numeri che meritano attenzione perché mostrano quanto la questione sia più complessa della tradizionale contrapposizione tra governo e imprese. L’Australia ha bisogno di servizi pubblici migliori, di più case, di una valida, e magari meno ideologica, transizione energetica e di una manifattura che sia competitiva a livello globale. Ma tutte queste ambizioni diventano progressivamente più costose se vengono perseguite senza aumentare l’efficienza con cui capitale e lavoro vengono utilizzati.

Anche l’immigrazione entra inevitabilmente in questa discussione. Non perché l’immigrazione sia di per sé responsabile della bassa produttività, ma perché una crescita economica sempre più dipendente dall’aumento della popolazione rischia di nascondere la debolezza sottostante. La stessa RBA ha aumentato le proprie stime sulla crescita demografica e riconosce che questa contribuirà in misura importante all’espansione del PIL.

Il governo Albanese si trova quindi davanti a un equilibrio difficile: calibrare l’immigrazione sulle effettive capacità del Paese in termini di abitazioni, infrastrutture e servizi, privilegiando al tempo stesso competenze capaci di aumentare la capacità produttiva dell’economia.
Jim Chalmers può legittimamente sottolineare che l’inflazione è risultata inferiore alle precedenti previsioni della RBA e del Tesoro e che la Banca centrale ha lasciato i tassi invariati nelle due riunioni successive al Budget. Ma il successo della politica economica di cui lui è il principale protagonista non può essere misurato soltanto dal prossimo intervento della Banca centrale.