BUENOS AIRES – Se cercate un film compiacente, La gioia non fa per voi.

Se volete un regista che vi sussurra all’orecchio una storia tranquillizzante, se volete alzarvi e uscire dalla sala, a spettacolo finito, esattamente uguali a come ci eravate entrati, evitate il film di Nicolangelo Gelormini.

Ospite in questi giorni del Semana de cine italiano a Buenos Aires, sarà presente in sala per la prima proiezione del suo lavoro, al Cinepolis di Recoleta, sabato 5 settembre, alle 19. Si replica domenica 6, alle 15:30 e 16:30.

Non è la prima volta che Gilormini visita Buenos Aires, la città di sua nonna. “Nonna Rosita – specifica lui –. Nata in Argentina da genitori campani, che decidono, quando la figlia ha circa 8 anni, di tornare in Italia”.

Gelormini, un passato come assistente di Paolo Sorrentino e studi di architettura ormai alle spalle, firma direzione e sceneggiatura di questa opera del 2025, ispirata a un fatto di cronaca nera. La morte di Gloria Rosboch, insegnante di francese di Castellamonte (in provincia di Torino), raggirata e uccisa nel 2016 all’età di 49 anni. 

Gloria, donna sola e fragile, venne convinta a consegnare tutti i suoi risparmi a un suo ex studente di cui si era invaghita e che le aveva fatto credere in una vita insieme.

Per la parte della protagonista (Gioia, nella finzione cinematografica), Gelormini ha scelto Valeria Golino, sua attrice-feticcio, da lui diretta nel 2020, in Fortuna, e con la quale aveva condiviso la regia della miniserie L’arte della gioia, sulla vita della scrittrice Goliarda Sapienza.

“Tra i tanti bei personaggi interpretati da Valeria nella sua carriera, questo secondo me è bellissimo – dice Gelormini –. Ma richiedeva un grande atto di coraggio: accettare di imbruttirsi. E imbruttirsi a 60 anni non comporta lo stesso grado di esposizione che farlo a 20-30 anni”.

Nel film tutto è disturbante. A cominciare dalla protagonista, Gioia, lontanissima dall’emozione che il suo nome suggerisce, che divide la sua vita tra la scuola, il padre malato d’Alzheimer e le partite della Juventus di cui è tifosissima.

“È stato un grande rischio – afferma il regista –. Il pubblico oggi vuole essere rassicurato, vuole vedere cose che non scomodino troppo, che non diano fastidio e che in qualche modo conosce già”.

La gioia va molto al di là della ricostruzione del fatto di cronaca, che è solo lo spunto. “Mi interessava approfondire la manipolazione che i due protagonisti esercitano l’uno sull’altro”, spiega.

La locandina. 

Nel film, l’amante di Gioia, Alessio (interpretato da Saul Nanni), è un giovane della sessualità ambigua che la notte si prostituisce per aiutare la madre.

“Tra loro si instaura un rapporto di manipolazione reciproca ­­– dice Gelormini –. Più evidente nel caso di Alessio, ma presente anche in Gioia, che è l’adulta della situazione: pure lei ha commesso un abuso iniziando una relazione con uno studente”.

In realtà, all’inizio, il rapporto tra loro sembra incredibilmente funzionare, permettendo a entrambi – per un po’ – di essere ciò che non erano mai riusciti a diventare. Gioia scopre la passione. Alessio migliora il profitto scolastico. Insieme fioriscono.

“Abbiamo immaginato che a un certo punto entrambi fossero sovrastati da un sentimento – dice il regista –. Non so se lo posso chiamare amore, ma ognuno si è visto fiorire attraverso lo sguardo dell’altro. Poi, però, non riescono a sostenerlo, perché entrambi hanno un livello di ingenuità disarmante davanti al sentimento”. Un analfabetismo emotivo che in Italia è un po’ il tema del giorno, tra famiglie assenti e scuola che non riesce o non può riempire il vuoto. 

Gelormini, però, non cerca colpevoli facili né vittime perfette, non porta sullo schermo il femminicidio da manuale (con questo, sì, il pubblico si sarebbe sentito a suo agio).

Affonda il bisturi – con un’assenza di giudizio a tratti più crudele di un dito puntato – in due solitudini che per un momento sembrano trovare l’una nell’altra ciò che manca alle rispettive vite. E proprio quando quel sentimento sembra offrire a entrambi una possibilità di salvezza, emergono l’incapacità di riconoscerlo e soprattutto di gestirlo. Fino a trasformare una possbile storia d’amore – per quanto strampalata – in una tragedia.

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