Per decenni Marilyn Monroe è rimasta prigioniera della propria immagine. Il sorriso, i capelli biondi, gli abiti aderenti, la sensualità esibita davanti alle macchine fotografiche: tutto ciò che ha contribuito a trasformarla in un’icona universale ha finito anche per nascondere la persona che si trovava dietro quel volto. Ora, a distanza di oltre sessant’anni dalla sua morte, una lunga registrazione audio permette di ascoltare Marilyn in una dimensione molto diversa. Non la diva costruita dagli studios, non la donna ingenua e svampita che Hollywood aveva spesso imposto all’immaginario collettivo, ma un’attrice consapevole, ironica, ambiziosa e, soprattutto, determinata a raccontare se stessa con parole proprie. L’intervista fu realizzata dal giornalista Richard Meryman il 28 e 29 giugno 1962, nella casa di Marilyn a Brentwood, Los Angeles. Mancavano poche settimane alla sua morte. La conversazione durò complessivamente circa quattro ore. Solo una parte era stata resa pubblica in passato; oggi l’ascolto del materiale più ampio restituisce una voce sorprendentemente viva, capace di alternare leggerezza e amarezza, battute fulminanti e riflessioni sulla propria carriera. È proprio la voce a cambiare la prospettiva. Perché Marilyn non appare come la creatura fragile e inconsapevole che tante ricostruzioni hanno tramandato. Sa perfettamente di essere osservata e sa altrettanto bene quanto sia difficile, per una donna nella sua posizione, distinguere la persona dal personaggio. Una delle sue preoccupazioni è proprio quella di non essere trasformata in una caricatura. Chiede che le sue parole vengano rispettate, perché quello che vuole raccontare non è soltanto la storia di una star, ma quella di un’attrice che sta cercando di riprendere il controllo della propria immagine. Non è un dettaglio secondario: Marilyn è ormai consapevole che il modo in cui viene raccontata dagli altri può diventare una gabbia.

La fama, dice, non è necessariamente la felicità. Anzi, può diventare qualcosa di ingombrante, quasi difficile da digerire quando se ne viene circondati continuamente. Per descriverla utilizza un’immagine semplice ma efficace: il successo è come il caviale. È piacevole averlo, ma mangiarlo tutti i giorni può diventare insopportabile. Dietro l’ironia c’è una considerazione molto lucida. Marilyn ha ottenuto ciò che milioni di persone desideravano: popolarità, denaro, bellezza, successo internazionale. Eppure quella stessa fama le ha tolto qualcosa di fondamentale, cioè la possibilità di essere guardata senza essere continuamente trasformata in un personaggio. Ogni suo gesto viene interpretato. Ogni abito diventa una dichiarazione. Ogni relazione alimenta le cronache. Perfino il suo corpo sembra appartenere più al pubblico che a lei. È una contraddizione che Marilyn conosce bene. La sua immagine è diventata una delle più potenti del Novecento, ma proprio quella stessa immagine rischia di cancellare la donna che cerca di affermarsi dietro di essa.

Nella conversazione emerge anche una Marilyn molto ambiziosa dal punto di vista professionale. Non vuole essere ricordata soltanto per i ruoli della ragazza ingenua e seducente. Vuole continuare a recitare e, soprattutto, vuole poter interpretare personaggi diversi. Il suo sguardo è rivolto al futuro. Parla dell’invecchiamento senza considerarlo necessariamente una condanna. Al contrario, immagina che con il passare degli anni possa arrivare una libertà artistica maggiore: interpretare donne differenti, uscire dagli stereotipi, dimostrare di avere possibilità espressive che il sistema cinematografico le ha concesso solo in parte. È significativo che questa aspirazione emerga proprio nel momento in cui la sua carriera è attraversata da nuove difficoltà. Era stata allontanata dalla lavorazione di Something’s Got to Give, e il rapporto con la 20th Century Fox era diventato sempre più complicato. Invece di apparire rassegnata, però, Marilyn sembra voler trasformare quella crisi in un’occasione per ridefinire il proprio percorso. Il suo problema non è soltanto ottenere altri film. È poter scegliere che tipo di attrice diventare.

Uno degli aspetti più interessanti della conversazione riguarda il rapporto con la propria immagine fisica. Marilyn rifiuta l’idea di essere semplicemente una donna ossessionata dalla propria bellezza. Il mito della diva che passa ore davanti allo specchio non sembra appartenerle. La sua relazione con il corpo è molto più complessa: è consapevole del potere che la sua bellezza esercita, ma sa anche di essere stata trasformata da Hollywood in un oggetto di desiderio prima ancora di poter essere riconosciuta pienamente come attrice. Persino quando il giornalista cerca di capire come si prepari davanti alla macchina da presa, Marilyn reagisce con una battuta memorabile. Non accetta l’idea di dover “caricare” se stessa come se fosse una macchina: lei non è una Ford. È una risposta spiritosa, ma rivela anche una certa insofferenza verso le semplificazioni. Marilyn non vuole essere spiegata attraverso formule facili. Non è soltanto sensualità, non è soltanto fragilità e non è soltanto glamour. È una persona che recita, lavora, studia, sbaglia, desidera e cerca continuamente di capire quale posto occupare.

C’è poi un elemento particolarmente umano: la casa nuova, i progetti, il desiderio di costruire una vita più normale. Marilyn parla della propria esistenza con la sensazione di essere ancora all’inizio di qualcosa. È forse questo uno degli aspetti più sorprendenti dell’intervista. Sapendo ciò che accadrà poche settimane dopo, ogni progetto assume inevitabilmente un significato diverso. Ma durante la conversazione Marilyn non parla come una donna che considera la propria vita già conclusa. Al contrario, sembra immaginare ancora molti anni davanti a sé. Parla di attrici che ammira, tra cui Sophia Loren, e guarda al futuro professionale con curiosità. Vorrebbe crescere, cambiare, trovare ruoli più complessi. Vorrebbe invecchiare senza essere costretta a sparire. In questo senso, la registrazione restituisce una Marilyn molto più moderna di quella che il mito ha consegnato alla storia.

Forse la parte più interessante dell’intervista sta proprio nella distanza tra Norma Jeane e Marilyn Monroe. Da una parte c’è il nome che il mondo conosce: la donna fotografata, desiderata, imitata, discussa. Dall’altra c’è una persona che sembra voler ricordare a tutti di essere qualcosa di più. Questa tensione attraversa tutta la sua esistenza. Marilyn ha bisogno del pubblico e, nello stesso tempo, ne teme lo sguardo. Vuole essere famosa e contemporaneamente desidera poter vivere senza essere continuamente osservata. Cerca il successo ma soffre il sistema che lo produce. Vuole essere considerata bella, ma non vuole che la sua bellezza sia l’unica cosa che gli altri vedono. La sua storia, in questo senso, anticipa molte delle contraddizioni che oggi associamo alla celebrità. Essere continuamente visibili non significa necessariamente essere conosciuti. Anzi, può accadere il contrario: più un volto diventa famoso, più la persona che lo possiede rischia di scomparire. È ciò che sembra essere accaduto a Marilyn.