LONDRA - Da euroscettico confinato ai margini del dibattito a figura in grado di orientare gli equilibri della politica britannica. Nigel Farage, 62 anni, leader della destra radicale di Reform UK, affronta oggi una delle fasi più insolite e rischiose della sua carriera politica: la riconquista del seggio di Clacton in un’elezione suppletiva che lui stesso ha provocato rassegnando le dimissioni da deputato.
Farage era riuscito a varcare le soglie della Camera dei Comuni soltanto nel 2024, al suo ottavo tentativo. Un traguardo personale paragonabile soltanto al ruolo di primo piano assunto nel 2016 durante la campagna che condusse il Regno Unito a votare per l’uscita dall’Unione europea.
Riconosciuto come uno dei comunicatori più abili della scena d’oltremanica, ha dimostrato negli anni una singolare capacità di adattamento alle mutevoli fasi politiche nazionali. La sua creatura politica, Reform UK, ha fatto del contrasto ai flussi migratori attraverso la Manica il proprio cavallo di battaglia, arrivando a guidare i sondaggi nazionali per circa un anno e mezzo e conquistando importanti successi alle elezioni locali di maggio. Quei risultati hanno contribuito ad accelerare la crisi politica estiva culminata con la caduta del primo ministro Keir Starmer, confermando la rilevanza strategica conquistata dal leader populista.
“Farage è il politico più influente della politica britannica del XXI secolo perché senza Farage probabilmente saremmo ancora nell’Unione europea”, ha osservato il politologo John Curtice, evidenziandone anche la “notevole longevità”.
Tuttavia, la figura di Farage resta profondamente controversa. Figlio di un agente di borsa, istruito in un prestigioso istituto privato ed ex trader di materie prime, incarna proprio diversi tratti di quell’establishment che attacca quotidianamente. Critica i “politici di professione” pur avendo trascorso quasi tutta la vita adulta nelle istituzioni e si scaglia contro le “élite globali”, pur essendosi arricchito nel corso della sua parabola pubblica.
Alleato di lunga data di Donald Trump, Farage subisce severe critiche dagli avversari che lo accusano di ammiccare a posizioni d’estrema destra e di soffiare sul fuoco delle tensioni razziali. L’anno scorso il Guardian ha pubblicato le testimonianze di ex compagni di scuola che lo accusavano di condotte razziste e antisemite durante gli anni giovanili, addebiti da lui respinti come “fantasie inventate” e “scherzi da cortile”.
I suoi sostenitori ne apprezzano invece la schiettezza, specialmente sul tema dell’immigrazione; secondo Luke Tryl, direttore dell’organizzazione More in Common, Farage possiede la rara capacità di conquistare la prima pagina “in un modo che pochi politici sanno fare”.
}Il suo percorso politico prese il via nel 1993 con l’addio al Partito Conservatore in polemica con i trattati di integrazione europea. Tra i fondatori dell’UKIP, sei anni dopo (a 35 anni) fu eletto al Parlamento europeo, dove è rimasto per un ventennio. Sotto la sua guida, l’UKIP ottenne uno storico primato alle europee del 2014, aumentando la pressione sul primo ministro David Cameron affinché mettesse a referendum la permanenza nell’Ue.
Benché escluso dalla campagna ufficiale per il “Leave” perché considerato divisivo, Farage mantenne una fortissima visibilità mediatica puntando tutto sull’immigrazione, simboleggiata dal discusso manifesto “Breaking point” raffigurante una fila di rifugiati, che gli valse dure accuse di razzismo.
Ottenuta la vittoria al referendum, ha lasciato la guida dell’UKIP per reinventarsi conduttore sull’emittente GB News e partecipante a un noto reality show, prima di tornare alla politica attiva fondando nel 2019 il Brexit Party, successivamente ridenominato Reform UK. L’obiettivo dichiarato è soppiantare i Conservatori come principale forza dell’area di centrodestra.
La corsa del partito ha però subito un rallentamento a causa dei riflettori accesi sulle sue finanze personali e sui finanziamenti elettorali, sfociati in verifiche parlamentari e indagini della polizia. Ed è proprio per rispondere a queste pressioni che Farage ha tentato la mossa più rischiosa: dimettersi da parlamentare per Clacton e provocare un’elezione suppletiva concepita come uno scontro diretto tra “il popolo di Clacton e l’establishment”.
La decisione dei principali partiti di non presentare propri candidati per boicottare la consultazione lo ha però lasciato a misurarsi unicamente con sfidanti minori e di protesta. Sebbene resti ampiamente favorito nella roccaforte dell’Inghilterra orientale, la prova di forza orchestrata dal leader rischia di rivelarsi un boomerang d’immagine politicamente imbarazzante.