ROMA - Si consuma un duro scontro diplomatico tra Israele e il Regno Unito. Londra ha formalizzato la decisione di colpire l’interscambio commerciale con gli insediamenti dei coloni nei territori palestinesi occupati, promuovendo un’azione congiunta con altre undici nazioni.

La mossa, che segna una netta svolta del governo laburista guidato dal primo ministro Andy Burnham rispetto al precedente esecutivo di Keir Starmer, ha provocato la durissima reazione di Tel Aviv, che ha accusato il Regno Unito di ingerenza politica e disposto ritorsioni immediate. 

L’annuncio è stato reso noto alla Camera dei Comuni dal ministro degli Esteri britannico Ed Miliband, il quale ha accusato Israele di “chiudere gli occhi” di fronte a una “pulizia etnica” in corso in Cisgiordania e al “terrorismo dei coloni” estremisti.  

“Abbiamo già sospeso oltre 30 licenze per armi utilizzate dalle forze armate israeliane a Gaza e tale sospensione rimane pienamente in vigore. Ora rifiuteremo anche tutte le richieste di licenza per armi e altre esportazioni che contribuiscono materialmente all’occupazione, di fatto un doppio blocco contro la vendita di armi”, ha dichiarato Miliband, precisando che il provvedimento “rimarrà in vigore finché persisterà l’occupazione”. 

Il piano britannico, la cui attuazione richiederà tra i sei e i nove mesi, prevede sanzioni contro aziende e individui che forniscono infrastrutture, finanziamenti, costruzioni o servizi immobiliari per l’espansione degli insediamenti, il divieto di pubblicizzare tali immobili e il blocco delle importazioni delle merci prodotte nelle colonie, definite “illegali” ai sensi del diritto internazionale.  

Miliband, rievocando le proprie origini ebraiche e le vittime dell’Olocausto nella sua famiglia per riaffermate il sostegno alla sicurezza di Israele e la condanna dell’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, ha ribadito che tali posizioni non contrastano con il supporto alla soluzione dei due Stati. 

Alla mossa di Londra, Parigi e Ottawa si sono unite Danimarca, Finlandia, Islanda, Irlanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Spagna e Svezia.

In una dichiarazione congiunta, i dodici Paesi hanno denunciato che “le azioni del governo d’Israele stanno minando ogni possibilità di una soluzione a due Stati”, a causa di “livelli senza precedenti di violenza da parte dei coloni”, formalizzando l’intenzione di imporre restrizioni commerciali.  

Il ministro degli Esteri francese, Jean-Noël Barrot, ha avvertito che “la Cisgiordania è sull’orlo dell’esplosione” per colpa “dell’espansione sfrenata della colonizzazione”, sottolineando che la Francia non intende sostenere con i propri commerci una dinamica che minaccia la stabilità regionale. 

La risposta del governo israeliano è stata immediata. Il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar ha definito le affermazioni di Miliband “scandalose e false”, denunciando “un palese tentativo di interferire nella politica israeliana nella campagna elettorale” in vista delle prossime consultazioni e accusando Londra di alimentare l’antisemitismo.

Sa’ar ha inoltre criticato il Regno Unito per non aver sanzionato l’Autorità Palestinese relativamente al meccanismo di sostegno ai prigionieri “pay for slay”. 

Sul piano operativo, Tel Aviv ha annunciato una serie di pesanti ritorsioni contro le attività e le rappresentanze di Londra nell’area. Tra i provvedimenti rientra la chiusura del consolato britannico a Gerusalemme Est, insieme all’espulsione dei suoi rappresentanti dal centro di coordinamento del Board of Peace a Kiryat Gat e dalla missione guidata dagli Stati Uniti a Gaza.

È stata inoltre disposta l’interruzione delle attività del British support team a Ramallah, con lo stop all’addestramento delle forze dell’Autorità Palestinese in Cisgiordania, e firmato il divieto di ingresso in Israele per 12 funzionari britannici ritenuti attivi nelle campagne di boicottaggio. 

Mentre il quadro delle relazioni euro-israeliane si deteriora, gli Stati Uniti hanno preso le distanze dalle misure sanzionatorie. Il segretario di Stato Marco Rubio ha chiarito che non sono previste sanzioni da parte di Washington, pur riconoscendo la presenza di fortissime tensioni in Cisgiordania.