TEL AVIV - Nuove e pesanti rivelazioni scuotono il panorama politico e istituzionale israeliano sulla gestione delle informazioni di sicurezza che hanno preceduto il massacro del 7 ottobre 2023.

Secondo un’inchiesta di Haaretz, basata sul libro dei giornalisti Shlomi Eldar e Ruth Yuval, il presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed avrebbe avvertito personalmente Benjamin Netanyahu dell’imminente offensiva di Hamas. Il premier israeliano, tuttavia, non ha informato i vertici della sicurezza né adottato contromisure. 

La ricostruzione giornalistica, avvalorata da interviste a decine di alti funzionari israeliani e internazionali, ripercorre i mesi antecedenti all’attacco.

All’inizio del 2023, mentre Israele era attraversato da proteste di massa contro la riforma della giustizia e la Cisgiordania registrava forti tensioni, Netanyahu aveva dato il via libera a un canale di trattativa riservato con Hamas.

Il dialogo, mediato da un alto esponente di Fatah per garantirne la segretezza, mirava a una hudna (tregua temporanea) e a uno scambio di prigionieri per il rilascio di due civili israeliani e dei corpi di due soldati in cambio di 30 detenuti palestinesi. 

Nonostante l’accordo sui termini raggiunto in estate, i tentennamenti del premier israeliano portarono al blocco dei colloqui. All’inizio di settembre 2023, il leader di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar, avrebbe interrotto le comunicazioni lanciando espliciti avvertimenti tramite il mediatore. 

“Dite agli israeliani che se non vanno avanti, sto preparando una grande sorpresa per loro. Ditegli di aspettarsi un terremoto”, avrebbe affermato Sinwar, minacciando in un successivo incontro “la madre di tutte le sorprese” e “un’operazione terrificante”. 

Allarmato dall’escalation, il contatto di Fatah avrebbe riferito le minacce a un alto consigliere di MbZ. Per evitare che un attacco preventivo delle forze israeliane (Idf) potesse incendiare la regione, il leader emiratino ha deciso di raccogliere ulteriori elementi prima di contattare Gerusalemme. 

Il canale d’allarme verso Israele si sarebbe attivato prima il 15 settembre attraverso lo Shin Bet, per poi sfociare alla fine del mese in una telefonata diretta di 45 minuti tra MbZ e Netanyahu, alla quale avrebbero assistito tre alti funzionari stranieri, tra cui il consigliere palestinese dell’emiro. 

In quel colloquio, MbZ avvertiva che Sinwar pianificava un’azione di vasta portata destinata a causare spargimenti di sangue, destabilizzare il Medio Oriente e compromettere gli Accordi di Abramo. Il leader emiratino sarebbe rimasto tuttavia sorpreso dalla risposta ottimistica di Netanyahu, convinto che Tel Aviv avesse la situazione sotto controllo a Gaza, che le minacce fossero destinate ad alimentare le tensioni in Cisgiordania e che Israele fosse pronto a ogni scenario. 

In quegli stessi giorni, anche il capo dell’intelligence egiziana, il generale Abbas Kamel, avrebbe messo in guardia il premier israeliano da un’operazione imminente e straordinaria di Hamas. La replica di Netanyahu, riportata da fonti giornalistiche di Yedioth Ahronoth, confermava il suo riorientamento strategico: “Il nostro problema è con la Cisgiordania, ed è lì che stiamo dirottando le forze”. 

L’ufficio del primo ministro ha respinto categoricamente ogni addebito, definendo la ricostruzione una falsità. “Una menzogna totale! Il primo ministro Netanyahu non ha parlato con il presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohamed bin Zayed durante il periodo in questione e non ha ricevuto alcun avvertimento da parte sua”, ha dichiarato la portavoce dell’esecutivo. 

Le rivelazioni hanno tuttavia provocato una dura reazione delle opposizioni. L’ex premier Naftali Bennett ha confermato l’attendibilità dell’inchiesta: “La notizia è vera”, ha scritto su X, accusando Netanyahu di “negligenza criminale” per aver ignorato gli allarmi, non aver allertato le forze di sicurezza né preparato il Paese, operando per evitare la commissione d’inchiesta statale. 

Parallelamente, i leader dell’opposizione hanno avviato le manovre per una condanna istituzionale congiunta. Promossa dal coordinatore dei Democratici Yair Golan (con l’adesione di Gadi Eisenkot e l’attesa per le posizioni di Naftali Bennett e Avigdor Liberman), l’iniziativa punta a dichiarare Netanyahu non più legittimato a guidare il Paese né a formare futuri governi.