WASHINGTON – La Corte Suprema degli Stati Uniti ha consegnato una vittoria parziale a Donald Trump nella battaglia sulle restrizioni al voto per posta, sospendendo una decisione giudiziaria che impediva all’amministrazione di applicare parte dell’ordine esecutivo emanato dal presidente in vista delle elezioni di metà mandato di novembre.

I giudici hanno accolto una richiesta d’urgenza del Dipartimento di Giustizia e congelato l’ingiunzione emessa a giugno dalla giudice federale Indira Talwani di Boston.

Il provvedimento impediva al governo di procedere contro una coalizione di 23 Stati, in gran parte guidati dai Democratici, e Washington, D.C., che avevano contestato l’ordine presidenziale sostenendone l’incostituzionalità.

La Corte Suprema, composta da una maggioranza conservatrice di sei giudici contro tre, si è divisa lungo queste linee: i tre membri Liberal hanno dissentito.

La decisione non chiude tuttavia la controversia. Gli Stati potranno tornare in tribunale nei prossimi mesi, mentre si avvicina il voto che determinerà il controllo del Congresso.

Resta inoltre in vigore una seconda ingiunzione emessa dalla stessa Talwani l’11 agosto in un procedimento separato promosso da organizzazioni per i diritti elettorali.

Quest’ultimo provvedimento impedisce allo U.S. Postal Service di applicare a livello nazionale le norme più restrittive previste dall’ordine di Trump. Il Dipartimento della Giustizia aveva chiesto alla Corte Suprema di estendere la propria decisione a entrambe le ingiunzioni, ma i giudici non lo hanno fatto.

L’ordine esecutivo, firmato a marzo, incarica il Dipartimento della Sicurezza di predisporre e trasmettere agli Stati elenchi di cittadini risultanti come aventi diritto al voto.

Il Dipartimento di Giustizia dovrebbe inoltre dare priorità alle indagini e ai procedimenti contro funzionari elettorali statali e locali che consegnino schede a persone ritenute non idonee a partecipare alle elezioni federali.

Un’altra disposizione impone al servizio postale di consegnare le schede soltanto agli elettori presenti negli elenchi approvati da ciascuno Stato per il voto per corrispondenza.

Trump sostiene da tempo che il voto postale presenti gravi vulnerabilità e ha preso l’impegno di limitarne fortemente l’utilizzo prima delle midterm. Le prove di frodi elettorali diffuse attraverso questo sistema resterebbero tuttavia rare.

A giugno Talwani aveva stabilito che il presidente non dispone dell’autorità necessaria per imporre modifiche al modo in cui gli Stati amministrano le elezioni federali. La Costituzione americana attribuisce infatti agli Stati un ruolo centrale nella definizione dei requisiti elettorali.

La giudice aveva inoltre osservato che le agenzie federali non dispongono necessariamente di strumenti sufficienti per produrre elenchi accurati degli aventi diritto in ciascuna giurisdizione.

Il governo sostiene invece che il ricorso sia prematuro perché le agenzie federali non avrebbero ancora adottato misure concrete capaci di danneggiare gli Stati.

I ricorrenti replicano che il tentativo di modificare le regole a ridosso delle elezioni rischia di privare del voto un numero rilevante di cittadini e di imporre nuovi costi amministrativi.

La controversia si inserisce nella più ampia offensiva di Trump sulle regole elettorali. Il presidente continua inoltre a sostenere il SAVE America Act, un pacchetto di restrizioni sul voto promosso dal Congresso a maggioranza repubblicana.