Più critiche che applausi per il quinto bilancio di Jim Chalmers. Quello delle promesse non mantenute, del rilancio, almeno in parte, delle proposte fiscali della campagna del 2019, del corteggiamento dell’elettorato ‘giovane’ sventolando la bandiera dell’equità intergenerazionale. Alla fine, nonostante le buone intenzioni, più gli scontenti che i contenti delle riforme annunciate. Opposizione galvanizzata, con la possibilità di poter finalmente proporre qualcosa di diverso, ma tutto abbastanza scontato in fatto di strategia per ciò che riguarda il governo. Primo budget dopo una schiacciante vittoria elettorale e opportunità quindi di fare qualche annuncio politicamente più rischioso, che diventa difficile fare al giro di boa del secondo anno di mandato e impossibile al terzo. Niente di nuovo, quindi, né per il ‘coraggio di osare’ né sul fronte delle reazioni ‘a caldo’ rilevate dai sondaggi, che dipingono un quadro dai contorni incerti della manovra ‘ambiziosa e responsabile’ che il ministro del Tesoro è impegnato a promuovere e difendere.

Tradizionalmente siamo ancora nella fase di ‘assorbimento’ dei cambiamenti, dell’analisi dei dettagli, delle valutazioni su chi ci guadagna e chi ci perde, ma per un verdetto definitivo su meriti e demeriti del bilancio presentato lo scorso 12 maggio bisognerà aspettare ancora qualche settimana. 

Per ora attacchi abbastanza uniformi specie sulle promesse non mantenute e sullo spauracchio di sempre: la “death tax”. Basta evocarla e il dibattito pubblico si trasforma immediatamente in una guerra culturale fatta di slogan, paure e accuse di tradimento. E sta andando proprio così anche questa volta, dopo la proposta del governo di introdurre un’aliquota minima del 30% sui trust discrezionali, inclusi quelli testamentari. Il leader dell’opposizione, Angus Taylor, ha immediatamente parlato di una “tassa sulla morte mascherata”, mentre Chalmers insiste sul fatto che nel suo piano di riforme non c’è alcuna imposta sull’eredità. Entrambi, in parte, hanno ragione. Ma soprattutto entrambi stanno usando la questione per parlare di qualcosa che va al di là delle misure annunciate: una revisione del rapporto fra ricchezza, equità fiscale e fiducia politica.

Il primo punto da chiarire è tecnico, ma essenziale. Il governo non sta introducendo una tassa di successione ereditaria nel senso classico del termine. Non ci sarà un prelievo fiscale nel momento in cui una persona morirà e trasferirà i propri beni agli eredi. L’Australia, del resto, ha abolito le tasse di successione decenni fa e nessun partito sembra disposto a reintrodurle, non almeno apertamente. La misura proposta riguarda invece il modo in cui alcuni trust testamentari potranno distribuire in futuro redditi e patrimoni. In altre parole, il governo non tassa il passaggio generazionale della ricchezza, ma cerca di limitare (almeno così assicura anche il primo ministro Anthony Albanese) di utilizzare i trust per minimizzare le imposte.

La differenza può sembrare sottile, ma politicamente è enorme. Chiamare “death tax” qualunque modifica fiscale che tocchi beni ereditati è una strategia comunicativa potentissima, perché suggerisce un’ingiustizia morale: lo Stato che si appropria dei risparmi di una vita nel momento più vulnerabile di una famiglia. È un’immagine emotiva prima ancora che economica. E la Coalizione lo sa perfettamente.

Tuttavia sarebbe ingenuo liquidare le critiche di un’opposizione - che non poteva lasciarsi sfuggire un budget a forti caratteri ideologici per cercare di proporre qualche significativa differenza programmatica -, come pura propaganda. I trust testamentari discrezionali non sono utilizzati soltanto dai multimilionari che cercano di eludere il fisco. Molte famiglie li impiegano per ragioni legittime: proteggere figli vulnerabili, evitare che patrimoni vengano dispersi in divorzi o contenziosi, garantire una gestione prudente dell’eredità nel lungo termine. La flessibilità di questi strumenti è precisamente ciò che li rende popolari per conciliare il diritto successorio e la protezione dei legittimari. 

Ed è qui che emerge la vera complessità della questione. Il governo sostiene di voler colpire un meccanismo di “divisione dei beni” attraverso cui famiglie benestanti distribuiscono il reddito tra diversi beneficiari per ridurre l’imposta complessiva del proprio patrimonio. E punta il dito sui numeri sempre più alti di trust discrezionali (sono raddoppiati dal 2001) a dimostrazione del loro scopo di ottimizzazione fiscale.

Da questo punto di vista, la proposta laburista appare quindi coerente con una visione politica più ampia, dettata dalle linee guida che Chalmers aveva tracciato subito dopo la vittoria elettorale del 2022: una nuova economia, un nuovo Paese socialmente più ‘giusto’ nei suoi meccanismi di raccolta tributaria, impegnato quindi a ridurre i privilegi fiscali associati alla ricchezza patrimoniale e riequilibrare il carico fiscale rispetto ai lavoratori dipendenti. Albanese, infatti, anche in risposta alla reazione non proprio positiva che ha ricevuto il budget di previsione, insiste sul concetto di ripartire, per ciò che riguarda obblighi, diritti e opportunità, da condizioni di parità: chi vive di stipendio non dovrebbe pagare proporzionalmente più tasse di chi vive di rendite o usufruendo di sofisticati strumenti di protezione patrimoniale. 

È un argomento difficile da contestare sul piano teorico. Le disuguaglianze patrimoniali stanno crescendo in quasi tutto il mondo occidentale e l’Australia non fa eccezione. Le generazioni più giovani affrontano prezzi immobiliari proibitivi, salari stagnanti e una crescente concentrazione della ricchezza nelle mani di chi già possiede beni e proprietà. In questo contesto, i trust discrezionali appaiono a molti come simboli di un sistema fiscale costruito per chi può permettersi consulenti specializzati in strategie di minimizzazione fiscale.

Ma proprio su questo punto di disparità di trattamento, il governo entra in una zona politicamente pericolosa. Perché la lotta ai privilegi fiscali è popolare fino a quando resta astratta; diventa molto più controversa quando tocca strumenti utilizzati anche dalla classe media o da famiglie che non si ritengono affatto particolarmente “ricche”. Il rischio è quindi reale di una lettura che la riforma venga interpretata non come un intervento mirato contro gli abusi, ma come l’ennesimo esempio di un governo che cambia le regole del gioco per necessità (di raccogliere qualche entrata in più, data la situazione di bilancio) ma anche per ‘credo ideologico’ sia di un ministro del Tesoro che vorrebbe diventare il nuovo Paul Keating , sia di un leader che sulla questione della tassa di successione ha qualche, politicamente scomodo, precedente. Qualcuno, infatti, è andato subito a recuperare dichiarazioni del 1991, quando un giovane Albanese, sosteneva apertamente la necessità di tassare i grandi patrimoni ereditati. In quel contesto parlava della ricchezza accumulata come fonte di “ingiustizie sociali” e sosteneva che redditi molto elevati non fossero realmente “guadagnati”.

Sono parole vecchie di oltre trent’anni, pronunciate in un contesto completamente diverso. Ma in politica il passato non scompare mai e, quando fa comodo, viene rispolverato. E quindi, più ancora che sul merito tecnico della misura, l’opposizione insiste sul tema della credibilità e della fiducia. Dopo il dietrofront del governo sulla famosa ‘terza fase’ dei tagli fiscali di Morrison-Frydenberg  e dopo le promesse non mantenute di non toccare il ‘negative gearing’ e l’imposta sugli utili di capitale, Angus Taylor punta sull’usato ultrasicuro: se l’amministrazione laburista ha già cambiato idea sulle tasse una volta, perché gli elettori dovrebbero credere alle sue rassicurazioni che non lo farà ancora e non arriverà una vera tassa di successione? 

 

Il problema per il governo è che il dibattito sulle tasse tende sempre a deragliare verso il simbolismo identitario. In teoria, si potrebbe avere una discussione sofisticata sul modo migliore per distinguere tra uso legittimo dei trust e la pianificazione fiscale. Si potrebbe valutare, ad esempio, un sistema più mirato che preservi pienamente i trust destinati a persone vulnerabili o che introduca soglie patrimoniali più alte per colpire soltanto le grandi fortune. Ma questo richiederebbe fiducia nei politici, precisione negli obiettivi e capacità di spiegare ai cittadini i passi da intraprendere per rendere davvero più equo il sistema di tassazione: qualità e capacità che al momento sembrano scarseggiare.