David Farley ha vinto le suppletive di Farrer anche grazie a Donald Trump e nonostante Donald Trump. La leader di One Nation, Pauline Hanson, non ha mai nascosto la sua ammirazione per il presidente americano e, soprattutto, per come ha saputo conquistare un elettorato deluso, arrabbiato che si sentiva tradito o dimenticato da un’élite politica sempre più lontana dalle svariate realtà di un’America ben diversa da quella delle grandi metropoli con altre priorità e interessi. One Nation, ispirandosi proprio alla vittoria elettorale di Trump di un paio di anni fa, ha cercato di avvicinare proprio quegli elettori che si sentono dimenticati, delusi e arrabbiati che esistono anche qui in Australia, offrendo risposte semplici e dirette, in linea con le loro esigenze, con le loro aspettative e il loro crescente distacco dai maggiori partiti, spesso percepiti come indifferenti e lontani dai loro bisogni reali.
E i consensi si sono moltiplicati, sondaggio dopo sondaggio, anche grazie alle incredibili divisioni e la mancanza di direzione della Coalizione, alle prese – dopo una batosta elettorale senza precedenti - con lotte interne, strappi e forzate ricuciture fino ad arrivare a due nuovi leader sia in campo liberale che in quello dei nazionali, che stanno disperatamente cercando di ritrovare una minima linea programmatica condivisa, senza perdere la propria identità.
Farley ha vinto anche grazie ai voti preferenziali dei liberal-nazionali e nonostante quello che sta provocando anche in Australia l’avventurismo militare di Trump. Prima motivatore del successo di One Nation, ora un handicap per lo stesso partito data la crisi dei carburanti (particolarmente sentita nelle aree rurali) e l’aggravarsi del costo della vita, ma non abbastanza da convincere gli elettori del vasto collegio di Farrer di non ‘punire’ i liberali (il seggio era detenuto dall’ex leader del partito, Sussan Ley) o di scegliere l’indipendente-teal Michelle Milthorpe. Quest’ultima sicuramente gradita dai laburisti che hanno preferito non partecipare alle suppletive per evitare una certa imbarazzante bocciatura, lasciando ai liberali il ruolo di ‘punching ball’ per tutto il malcontento generale che circola nei confronti della politica tradizionale. Il governo aveva comunque sperato che nella corsa a quattro la spuntasse la candidata della scuderia Climate200, che in aula sarebbe stata sicuramente più vicina ai laburisti e avrebbe inoltre dimostrato che l’attrazione per One Nation si stava affievolendo.
Invece, trent’anni dopo che l’allora forzatamente indipendente Pauline Hanson (espulsa dal Partito liberale per commenti sulla popolazione indigena a poche settimane del voto) è arrivata in Parlamento attraverso il seggio di Oxley, per la prima volta un rappresentante del partito che ha poi fondato (nel 1997), approda alla Camera (c’è già Barnaby Joyce, ma solo per cambio di casacca): una conquista che dimostra che il fenomeno One Nation non è ‘passeggero’ e che la ‘prima volta’ potrebbe avere un importante seguito dato l’entusiasmo che lo storico traguardo sta già creando.
Ovviamente, come sempre dopo il voto e il verdetto, i vinti cercano sempre di minimizzare la delusione della sconfitta e quindi il leader dei liberali Angus Taylor ha parlato di ‘mancanza di tempo’ per un ottimo candidato come Raissa Butkowski per farsi “conoscere e apprezzare” (anche se un calo di consensi dei liberali rispetto al 2025 di circa il 32% non è un gran segnale di partenza); i nazionali hanno incassato un po’ meno del 10% dei voti e l’indipendente teal, che ha migliorato di oltre l’8% il risultato dello scorso anno per ciò che riguarda i consensi diretti ha perso comunque con un distacco maggiore in seguito al forte risultato di One Nation (circa il 40% di voti primari) e il 57,3% (al momento di andare in stampa) una volta distribuite le preferenze.
Un risultato quello di Farrer perfettamente in linea con gli umori popolari fotografati da ormai tutta una serie di sondaggi per ciò che riguarda un costante malcontento degli elettori verso i partiti tradizionali. Un primo test fallito per il nuovo corso liberal-nazionale con Angus Taylor al timone, che non ha di certo migliorato la situazione che ha portato i liberali a decidere il cambio al vertice lo scorso febbraio. Poca sostanza prima, poca sostanza ora.
La competizione a quattro di Farrer ha visto entrambi i partiti della Coalizione relegati al ruolo di semplici comparse e la decisione di dare la preferenza a One Nation sta già facendo discutere nelle fila dei liberali, mentre sembra essere ben accettata dai nazionali. La vice leader, Bridget McKenzie, ha infatti dichiarato che sarebbe aperta alla prospettiva di formare in futuro un governo di minoranza con One Nation. “Sarei disposta a lavorare con chiunque voglia vedere Anthony Albanese lasciare The Lodge”, ha detto. Non così apertamente, ma tesi sostenuta anche dal ministro ombra del Tesoro Tim Wilson ieri in un’intervista televisiva.
Più prudente invece la vice leader dei liberali, Jane Hume, che non ha voluto esprimersi sul fatto che appoggiare, via secondi voti, One Nation sia stata o meno la decisione giusta: “Non intendo speculare sulle preferenze, è una decisione dell’organizzazione del partito, non dei candidati e nemmeno dei politici stessi”, ha dichiarato.
Ma Taylor non ha dubbi: “E’ stata la scelta giusta”, ha detto ai microfoni dell’Abc . “Sono quasi certo che fosse ciò che i nostri elettori in questo collegio volevano che facessimo, ed è ciò che abbiamo fatto”, ha affermato.
Il leader dell’opposizione ha sottolineato che era noto a tutti che l’elezione suppletiva “sarebbe stata una montagna da scalare”. “Dobbiamo trarre alcune dure lezioni da tutto questo”, ha continuato. “Per troppo tempo siamo stati un partito della convenienza, non delle convinzioni, e questo deve cambiare.”
Poi si è tuffato nell’unico tema in cui sembra davvero avere qualche convinzione, anche se siamo ancora a livello di ripetitive osservazioni e propositi. Ecco allora il mantra dell’immediato post-Ley: “La migrazione di massa voluta dai laburisti non ha funzionato: 1,4 milioni di persone in tre anni e mezzo non è la formula ideale per il Paese”. Poi lo slogan degli “standard troppo bassi e i numeri troppo alti”.
L’ex leader Sussan Ley, le cui dimissioni hanno provocato l’elezione suppletiva, subito dopo la conferma del risultato, ha diffuso un comunicato esprimendo “immensa delusione per questa sconfitta”. “Il seggio di Farrer è stato creato nel 1949. Fino a questa sera, in ognuna delle 30 elezioni successive, attraverso circostanze diverse e difficili, è stato detenuto senza eccezioni dai partiti Liberale e Nazionale”, ha dichiarato.
“Sarebbe un errore ridurre sia la portata sia il significato della sconfitta di stasera a una divisione della Coalizione avvenuta mesi fa, oppure attribuirla erroneamente alla data in cui si è votato. Esorto la leadership liberale ad accettare questo risultato con umiltà, perché gli elettori non sbagliano mai”.
Ley ha ricordato che il giorno della crisi della leadership di febbraio, il nuovo leader aveva detto che il Partito Liberale doveva “cambiare o morire”. “Tre mesi dopo, il risultato a Farrer dimostra che quell’affermazione è oggi molto più vera di quanto lo fosse allora”, ha detto.
Tre mesi dopo, effettivamente, non è cambiato un granché: la prossima occasione da non mancare per Taylor - prima che si ricominci a parlare di qualche ‘nuovo inizio’ -, la risposta di questa settimana ad uno dei budget più difficili e importanti per il futuro del Paese.