C’è qualcosa di magico nel calcio. La competizione, il brivido dell’attesa, gli occhi che seguono il pallone mentre danza da un lato all’altro del campo, come se in quei movimenti ci si giocasse tutto. Novanta minuti sospesi, densi di adrenalina, in cui il tempo sembra dilatarsi nell’attesa di un verdetto. E quando in campo scende la propria Nazionale, quel sentimento si impreziosisce, si fa più profondo: diventa appartenenza, identità condivisa.
È un orgoglio che unisce e alimenta speranza. Un coro che attraversa generazioni e latitudini. Noi siamo forti. Noi, almeno nello sport, sappiamo ancora contare sulla scena mondiale. Noi facciamo paura.
E invece, da anni ormai, quella paura (purtroppo) l’Italia non la incute più a nessuno.
Tre esclusioni consecutive dai Mondiali hanno lasciato un vuoto difficile da colmare, una ferita che non riguarda solo lo sport ma qualcosa di più profondo.
E allora tornano alla mente immagini che per molti restano indelebili e per altri, invece, semplici racconti. Berlino, 9 luglio 2006: la finale contro la Francia. È un Italia diversa. Al governo c’è Romano Prodi, i giocatori portano il codino lungo, e le partite si guardano senza telefonino. Dopo il fischio, un morale subito basso con l’avvio in salita - complice il rigore di Zidane, al settimo minuto -, poi il pareggio, la tensione che cresce. La rabbia, improvvisa e incontenibile, che esplode nella testata di Zidane ai danni di Materazzi. Un susseguirsi di colpi di scena, una partita mai davvero in pugno: la vittoria resta in bilico fino all’ultimo minuto, incerta e sofferta, e proprio per questo, forse, ancora più intensa. E poi l’emozione di vedere il capitano Fabio Cannavaro alzare la coppa verso il cielo. Un cielo - quello di Berlino - che non è mai stato così azzurro, anche se era notte.
“Ma loro non possono saperlo”, si dice oggi guardando le nuove generazioni. Ragazzi cresciuti senza quell’esperienza, senza quel senso di unità che trasformava salotti e piazze in un unico grande coro. Occasioni che vanno ben oltre il calcio: amici riuniti davanti a uno schermo, bar gremiti, città pronte a esplodere di gioia. E poi, in caso di vittoria, il rituale collettivo: le strade invase, le bandiere, gli abbracci tra sconosciuti.
La sconfitta, invece, racconta un’altra storia. Una storia che costringe a voltarsi indietro, a cercare responsabilità, a interrogarsi sugli errori. E se un tempo l’eliminazione era un’eventualità remota, quasi inconcepibile, oggi è diventata una realtà con cui fare i conti. Svezia, Macedonia, Bosnia: cadute che pesano come macigni.
“Per me è stata una grande delusione”, racconta Angelo Carrozza, presidente dell’Adelaide City Football Club - Juventus Sports & Social Club Incorporated. “Ci siamo alzati presto, con un gruppo di amici, e siamo andati al Mercato, qui a North Adelaide, sperando di assistere al ritorno dell’Italia sul palcoscenico mondiale. Purtroppo, non è andata così”.
Un sentimento condiviso, che travalica i confini nazionali. “Il Mondiale perde profondità competitiva senza l’Italia - prosegue -. Una competizione senza una nazione con una storia così importante ne risente. E poi c’è l’aspetto emotivo: milioni di italiani e discendenti nel mondo vivono questo legame in modo viscerale. Vederla fuori, per la terza volta consecutiva, fa davvero male”.
Un dolore che, secondo Carrozza, affonda le radici in problemi strutturali. “Venti o trent’anni fa la Serie A era il campionato più forte al mondo. Oggi il sistema si è indebolito. La presenza massiccia di stranieri ha inciso sulla crescita dei talenti italiani. Serve una riflessione seria: qualcosa non funziona, ed è evidente”. Gli fa eco Achille Mellini, vicepresidente del Roma Club. “Io ho 60 anni e da giovane non avrei mai immaginato un’Italia fuori dai Mondiali. Era una certezza. Oggi siamo alla terza esclusione e il senso di smarrimento è forte”. Mellini punta il dito su un cambiamento profondo. “Una volta avevamo campioni che erano protagonisti nei loro club: Totti, Del Piero, Pirlo. Oggi molti italiani non sono titolari, hanno meno spazio. Quando arrivano in Nazionale, spesso sono seconde scelte”. Il nodo, dunque, è sistemico. “Bisognerebbe limitare il numero di stranieri e investire davvero sui giovani – insiste –. Il talento c’è, ma va coltivato. Così com’è, la nostra Nazionale rischia di essere composta da giocatori che nei club giocano meno”.

L’allenatore del Moreland City Achille Mellini
Il problema non è solo tecnico, ma culturale. Perché mentre altri sport esaltano individualità vincenti - dal tennis ai circuiti della Formula 1 - il calcio resta, per sua natura, uno sforzo collettivo. Una squadra vincente non nasce per caso, ma da un progetto chiaro, strutturato e condiviso.
E intanto qualcosa si spezza nel rapporto con i più giovani. “I ragazzi di oggi non hanno mai visto una grande Italia – osserva Mellini –. Conoscono la Nazionale attraverso i racconti dei genitori. Ma viverla è tutta un’altra cosa”.
Una distanza che si riflette anche nelle passioni. “Molti seguono altri sport, il tennis con Sinner o la Formula 1. Il calcio perde attrattiva perché manca il senso di appartenenza”.
Le testimonianze raccolte raccontano un disagio diffuso. Daniela Glucio, giocatrice di calcio qui a Melbourne, lo sintetizza così: “È stato come perdere il primo amore”. Sam Berinato, il suo allenatore, aggiunge: “Fa male, certo, ma fa ancora più male vedere mio nonno così. È distrutto, come se non ci fosse più luce”.
E tra i più giovani emergono altre crepe. Jordan Farella, giocatore del Moreland City Football Club, osserva: “Vedo tanto talento giovane, ma manca la mentalità”.
Mentre Julian Fasescki, metà italiano e metà macedone, non nasconde l’amarezza: “Mi vergogno un po’, manca la chimica nella nostra Nazionale”.

Il giocatore del Moreland City Julian Fasescki
Il punto, forse, è proprio questo: la perdita di un’identità condivisa. Perché chi ha visto il declino porta addosso il peso del confronto. Sa cosa significa un’Italia protagonista, capace di meravigliare anche quando non vince. E oggi avverte il vuoto, profondo più che la sconfitta.
Nel calcio, a differenza di altri sport, non si perde mai da soli. “Un tennista o un pilota sbaglia per sé - riflette il vicepresidente del Roma Club -. La Nazionale sbaglia un po’ per tutti”. E in questo senso non racconta il fallimento di un progetto, ma, più radicalmente, la sua assenza.
Eppure, una via d’uscita esiste. “Se vogliamo un futuro migliore - conclude Carrozza -, dobbiamo iniziare oggi. Anzi, avremmo dovuto iniziare ieri. Ma se si parte adesso, si può ancora sistemare il domani”.

L’ex capitano della nazionale italiana Fabio Cannavaro assieme al presidente dell’Adelaide City Football Angelo Carrozza