BRISBANE – Si profila una battaglia costituzionale nel Queensland dopo l’arresto di decine di manifestanti durante proteste contro le nuove leggi sui discorsi di incitamento al’odio.

Al centro dello scontro, il divieto di alcuni slogan pro-Palestina introdotto dal governo statale.

Domenica, attivisti del gruppo Justice for Palestine Magan-djin hanno marciato verso il parlamento di Brisbane, un giorno dopo che 20 persone erano state arrestate per aver pronunciato o esposto due espressioni vietate: “from the river to the sea” e “globalise the intifada”. Altri due arresti sono avvenuti durante la manifestazione successiva.

Le frasi sono state bandite a febbraio nell’ambito di una stretta contro l’antisemitismo, varata dopo l’attentato terroristico avvenuto a Sydney a dicembre. La legge prevede fino a due anni di carcere per chi utilizza tali espressioni con intenti intimidatori o molesti.

Gli arrestati devono rispondere complessivamente di 14 capi d’accusa per esposizione di espressioni vietate e sette per averle pronunciate. Tuttavia, gli organizzatori della protesta contestano la legittimità della norma.

Subhi Awad, portavoce del movimento, ha annunciato l’intenzione di avviare un ricorso costituzionale. Secondo il parere legale ricevuto, molti dei manifestanti avrebbero agito entro i limiti della legge. “Esiste una giustificazione se l’uso avviene nell’interesse pubblico e in modo ragionevole”, ha spiegato, citando le disposizioni che tutelano il dibattito politico.

La protesta ha raccolto anche il sostegno di esponenti politici. La senatrice dei Verdi Mehreen Faruqi ha denunciato un restringimento delle libertà civili. “Dire la verità sta diventando un reato”, ha affermato davanti ai manifestanti.

Il governo statale difende invece la misura. Il premier David Crisafulli ha ribadito che il divieto serve a proteggere la comunità e a contrastare l’odio. “Si tratta di tracciare una linea chiara per garantire sicurezza ai cittadini”, aveva dichiarato al momento dell’introduzione della legge.

Ma le critiche vengono levate anche da voci interne alla comunità ebraica. Edward Carroll, leader statale dell’Australian Progressive Party e tra gli arrestati, sostiene che la normativa non combatte realmente l’antisemitismo. “Serve a mettere a tacere il dissenso”, ha detto.

Il caso apre ora un confronto più ampio tra sicurezza e libertà di espressione, con possibili sviluppi giudiziari destinati a ridefinire i limiti del discorso politico in Australia.