CANBERRA – I prezzi dei generi alimentari freschi in Australia sono destinati a crescere nelle prossime settimane, mentre la guerra in Medio Oriente continua a mettere sotto stress le forniture di carburante e fertilizzanti.

L’impatto si sta già propagando lungo tutta la filiera, dai produttori agricoli fino agli scaffali dei supermercati.

Secondo gli operatori del settore, i rincari saranno generalizzati. Il CEO di Ritchies IGA, Fred Harrison, ha indicato che prodotti di base come latte e pane subiranno aumenti entro quattro-sei settimane. Il prezzo del latte, in particolare, potrebbe aumentare di circa 15 centesimi al litro.

Alla base degli aumenti c’è un forte incremento dei costi di produzione. Gli agricoltori devono far fronte a spese molto più alte per fertilizzanti, energia e trasporti. Il prezzo dei fertilizzanti, ad esempio, è più che raddoppiato in poche settimane, passando da circa 800 a 1.800 dollari a tonnellata, con disponibilità sempre più incerta.

Il settore lattiero-caseario è tra i più esposti. Ben Bennett, allevatore nel Victoria e presidente di Australian Dairy Farmers, ha spiegato che senza un aumento dei prezzi la sostenibilità economica del comparto è a rischio. Secondo lui, il prezzo del latte dovrebbe salire fino a circa 1,95 dollari al litro per garantire un margine minimo lungo la filiera.

“Se i prezzi non aumentano, la tenuta dell’industria lattiera è in discussione”, ha detto, sottolineando però il rischio che gli aumenti non vengano redistribuiti equamente tra produttori e grande distribuzione.

Alcuni segnali si vedono già: aziende come Bega e Lactalis hanno annunciato un aumento di circa 5 centesimi al litro riconosciuto ai produttori a partire da maggio.

Oltre ai costi agricoli, pesa il trasporto. Il caro gasolio – su cui si basa gran parte della logistica australiana – sta facendo lievitare i prezzi lungo tutta la catena. Le aree regionali, più lontane dai centri di distribuzione, saranno le più colpite.

Secondo l’analista Matt Dalgleish, nelle città si potrebbe registrare un aumento medio tra il 2% e il 3%, mentre nelle zone più remote i rincari potrebbero arrivare fino al 10%.

Anche in caso di fine rapida del conflitto, gli effetti non si esaurirebbero subito. I ritardi accumulati nella filiera faranno sentire il loro peso ancora per settimane, mantenendo i prezzi elevati nel breve termine.