C’è un legame profondo e quasi istintivo tra arte e bellezza. Che si manifesti nelle proporzioni armoniose del corpo umano, nella tonalità vibrante dei colori, nelle sfumature espressive di un volto o nella vitalità di un paesaggio, l’arte riesce a cogliere questa qualità e a cristallizzarla, reinterpretandola secondo la sensibilità dell’artista. Una bellezza che nasce da consapevolezza e armonia, ma che talvolta si esprime anche attraverso contrasti e tensioni, in un equilibrio sempre personale e irripetibile. 

È proprio su questo dialogo sottile tra osservazione e interpretazione che si fonda Drawing under the Dome, il workshop che, nella splendida cornice del Royal Exhibition Building di Melbourne – sito patrimonio UNESCO – invita partecipanti di ogni livello a mettersi in gioco con matita e sguardo attento. Un’esperienza immersiva di 90 minuti, organizzata in collaborazione con l’Italian Australian Foundation, che trasforma uno spazio monumentale in un laboratorio creativo a cielo aperto. 

A guidare l’incontro è l’artista Richard Payne, figura eclettica e appassionata, con una formazione che affonda le radici tanto nella tradizione quanto nella sperimentazione. Nato a Melbourne, Payne si è formato inizialmente nello studio di Robert W. Gill, per poi perfezionarsi nel realismo classico alla Florence Academy of Art, dove ha vissuto per quasi tre anni. Un’esperienza che, come lui stesso racconta, ha segnato profondamente il suo percorso: “C’era qualcosa nell’arte rinascimentale italiana che sentivo mi mancava. A Firenze ho trovato quel linguaggio”. 

Complice la maestosità della cupola e la ricchezza decorativa dell’edificio, i partecipanti vengono accompagnati in un viaggio immersivo nell’arte che oltrepassa la tecnica. Dopo una breve introduzione sulla prospettiva – disciplina di cui Payne è profondo conoscitore, erede ideale della tradizione brunelleschiana – il gruppo si disperde nello spazio, libero di scegliere un dettaglio da osservare e reinterpretare. Un affresco, una colonna, un angolo architettonico: non si tratta di riprodurre fedelmente l’insieme, ma di coglierne l’essenza, con segni rapidi e consapevoli. 

L’approccio è inclusivo e accessibile. Non servono competenze pregresse: accanto ad artisti esperti si siedono principianti assoluti, spesso alla loro prima esperienza con carta e matita. “Mostro loro una matita e dico: si usa così”, racconta Payne. “Il 95% dell’arte si può imparare: è una combinazione di tecnica, pratica e osservazione. Il talento? È quel piccolo margine che fa la differenza, ma non è ciò che determina tutto”. 

Nel suo lavoro, Payne ricerca energia, movimento e narrazione. I suoi colori sono intensi, decisi, mai timidi. Una cifra stilistica che riflette una visione dell’arte come esperienza viva, capace di trasmettere emozioni profonde. Non a caso, tra i suoi soggetti prediletti ci sono i ritratti: volti che diventano storie, incontri, dialoghi silenziosi tra artista e modello. 

Il legame con l’Italia resta centrale nel suo percorso. “Quando ho lasciato Firenze ho pianto – confessa –. Lì l’arte è ovunque, è parte della vita quotidiana. Anche chi non è artista ha una consapevolezza straordinaria”. Un ricordo emblematico del Belpaese è quello di un giovane cameriere che, pur lavorando in una pizzeria, conosceva a fondo opere complesse e ne discuteva con naturalezza. 

Al termine della sessione, tra schizzi e osservazioni condivise, l’esperienza si completa con un momento conviviale: gelato firmato Brunetti Classico e caffè Segafredo, da gustare all’interno dell’edificio, quasi a suggellare un incontro tra cultura italiana e creatività contemporanea. 

Un invito, dunque, a rallentare, osservare e riscoprire il piacere del disegno, in un contesto che amplifica ogni dettaglio e restituisce valore al gesto artistico.