REGGIO EMILIA - La Procura di Reggio Emilia ha chiesto la condanna a quattro anni e sei mesi di reclusione per ciascuno dei cinque agenti della polizia penitenziaria imputati per concorso in tortura nel secondo filone del processo relativo al pestaggio di un detenuto tunisino, avvenuto il 3 aprile 2023 all’interno del carcere cittadino. 

La richiesta è stata formulata dal pubblico ministero Maria Rita Pantani nel corso del giudizio con rito abbreviato, che riguarda una parte degli agenti coinvolti nella vicenda. 

La magistrata ha inoltre sollecitato il giudice a non riconoscere le attenuanti generiche agli imputati, sottolineando che nessuno di loro avrebbe presentato scuse alla vittima né avanzato un’offerta risarcitoria, anche soltanto simbolica. 

Un comportamento che, secondo la Procura, distingue questo secondo procedimento da quello principale, nel quale erano state invece registrate iniziative di riparazione nei confronti della parte civile. 

Il primo processo si era concluso nel febbraio 2025, sempre con rito abbreviato, con la condanna di dieci agenti della polizia penitenziaria. 

In quell’occasione, tuttavia, il giudice aveva riqualificato l’originaria contestazione di tortura nel meno grave reato di abuso di autorità contro detenuti, commesso in concorso. 

Le pene inflitte erano state inferiori rispetto a quelle ora richieste dalla Procura, con una condanna massima di due anni di reclusione. 

Nel procedimento attualmente in corso figurano cinque imputati: due agenti già condannati per falso e altri tre appartenenti alla polizia penitenziaria. Sono assistiti dagli avvocati Nicola Tria, Federico De Belvis, Alessandro Conti e Cosimo Zaccaria. 

La vicenda risale al 3 aprile 2023, quando un detenuto di nazionalità tunisina subì un pestaggio all’interno dell’istituto penitenziario di Reggio Emilia.  

Nel nuovo processo, la Procura sostiene che le condotte contestate ai cinque imputati integrino il reato di tortura, una qualificazione giuridica più grave rispetto a quella riconosciuta dal giudice nel primo filone. La distinzione è centrale anche per le conseguenze sul piano sanzionatorio, poiché il reato di tortura prevede pene più severe rispetto all’abuso di autorità contro persone detenute. 

Si sono costituite parti civili la vittima, rappresentata dall’avvocato Luca Sebastiani, l’associazione Antigone, assistita da Simona Filippi, l’associazione Yairaiha, con il legale Michele Passione, e il garante regionale dei detenuti Roberto Cavalieri.